Dell’Amore che Risana Interioris Sacrificii di Stefano Mayorca

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Amore, parola svuotata dall’autentico significato che anticamente sanciva il contatto con le “forze di Luce”, con il “tempo altro” che rivestiva il volto Ieratico del Sapere. Lontano da forme mistiche, profane o ancora peggio religiose e incatenanti l’anima in una prigione di ipocrisia e sensi di colpa. Amore senza pretese, disinteressato, distaccato, ma non sterile. Il “sentimento” di cui stiamo parlando, in realtà, è uno stato d’essere attivo, Fuoco interno e magnetico che spande un’ “aura” di forza che penetra senza invadere, dolcemente, profondamente. Questa idealità, che induce l’uomo evoluto a donare una parte di sé e lo slancio che l’accompagna, sono da porre in relazione con il “sacrificio iniziatico” che rinveniamo anche in ambito cavalleresco. Il cavaliere-iniziato rinuncia alla vita profana e dedica la sua esistenza all’alto ideale di “luce” a cui si è legato. In tale contesto si colloca il sacrificio compiuto dagli iniziati, i quali, in maniera analoga, sacrificano la personalità umana e terrigena a favore di quella celata che gli consentirà di fare emergere l’Uomo storico e di divenire in tal modo dei “risvegliati”. Di qui la Rinascita che nella morte simbolica trova il suo culmine. Analogie in tal senso le rinveniamo nella XII Lama dei Tarocchi, l’Appeso, che appare sospeso al centro di due alberi (le colonne del Tempio, Jakin e Bohas).

Egli non va considerato un credente istintivo e ottuso, ma un saggio che ha valutato attentamente la vanità delle ambizioni individuali (senza per questo rinunciare alla sua individualità profonda) e ha compreso la fecondità del sacrificio eroico teso all’oblio totale di sé. Non un sacrificio fine a se stesso, intriso di religiosità e superstizione, dunque, bensì energia fecondante e rigenerante. Contrariamente alla concezione mistica- volgare, il sacrificio menzionato non aspira alla salvezza individuale, giacché questa condizione, l’oblio che ne consegue, non prevede ricompense o benefici personali. Non a caso, la testa dell’impiccato non è rivolta verso il cielo (simbolo di salvazione), viceversa è proiettata in direzione della terra a intendere che le sue preoccupazioni sono terrene, perché il suo scopo è di votarsi al bene degli altri. Queste le basi su cui poggia la dottrina dell’”Amore” che “risana”, ermetica ragione illuminata da un sentimento altissimo che aspira a soccorrere chi soffre, non in maniera indiscriminata ma con discernimento. Tale è quel senso di adesione che spinge a compenetrarsi con il dolore di chi cerca un aiuto insperato. Di quanti soffrono e chiedono senza chiedere con dignità, senza pretese. Come si può rimanere impassibili dinanzi a queste manifestazioni che l’animo ferito esterna? Non è possibile in effetti e non è giusto. L’ermetista, strumento di “forze superne”, deve agire con equilibrio senza lesinare le sue energie e senza dissiparle. Il richiamo del “cuore”, la sofferenza che si palesa in uno sguardo, in un volto che spera… Non può lasciare indifferenti. L’alito vitale che spira dallo “Spirito” immanente e risanatore che aleggia sopra le miserie dell’umanità, è lo stesso che si sostanziava nei templi remoti in cui sacerdoti-terapeuti nutrivano con pazienza e amorevole intento i malati. È il medesimo che, inatteso e misterioso, si manifestava nei santuari di incubazione come accadeva nel tempio di Esculapio (o Asclepio) a Roma, sull’Isola Tiberina, dove le guarigioni avvenivano silenti e inaspettate. L’essere umano odierno, cerca con vorace avidità un potere presunto e obnubilante mirato a sopraffare il prossimo. Un potere egoistico, cieco e utilitaristico. Taluni ermetisti, purtroppo, sono afflitti dal medesimo tarlo che li pone su un piano di superiorità in cui non c’è posto per quell’anelito di condivisione che lenisce lo spirito dolente di chi spera. Atteggiamento egoico che tradisce vergognosamente i dettami della dottrina promulgata dal sapiente di Portici, Giuliano Kremmerz (1861-1930), che a riguardo scriveva: “La fratellanza è fondata sull’amore del proprio simile e sulla più trascendentale carità. Accoglie senza domandare alcun compenso tutte le petizioni dei sofferenti e provvede secondo la loro sincerità, rettitudine e fede”. E ancora: “. Mio scopo fu unico: schiudere la porta ermetica ai più ardimentosi e indicare ai discepoli, ai buoni, ai puri, che una conquista grande era a farsi in nome della Carità e del Bene – cioè di tentare, fino alla completa riuscita, l’applicazione della teoria occultistica al sollevamento di tutti i mali fisici che le terapie ufficiali di tutti i paesi civili, non guariscono e non sollevano… una scuola di sapienti nuovi che, sposando il moderno scetticismo sperimentale alla percezione delle leggi dell’invisibile occulto, rigenereranno la scuola terapica sacerdotale in cui gli dii della sanità si rivelano ai fedeli nelle visioni, nei sogni, nella certezza imponderabile della ragione pura e i miracoli esistevano, e dii viventi davano di sé prova continua e costante”Il Mondo Secretoavviamento alla Scienza dei Magi”-Edizioni Rebis- Viareggio. Parole troppo spesso dimenticate o peggio ancora ritenute obsolete dagli pseudo-ermetisti che si sollazzano in pose magistrali e nell’ostentazione di sé. È legittimo aspirare ad un ascenso e a una crescita individuali, anzi, è parte fondamentale dell’Opus, ma ciò non deve impedire di occuparsi dell’aspetto terapeutico, poiché in esso è racchiuso il germe di qualsivoglia realizzazione e di una reale crescita interiore. Un giorno, forse, camminando per strada, potrà capitare di incontrare una persona che ci donerà un lieve sorriso, un cenno di assenso discreto, un moto di gratitudine per il sostegno ricevuto. Ecco la ricompensa più ambita, il bene più grande, il tesoro più prezioso.