Il Regno segreto: Fate, Druidi e altri misteri di Stefano Mayorca

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Il canto del bosco sacro, degli alberi fatati, delle grandi foreste permeate di magiche assonanze si libra con echi sacrali tra querce e castagni, diffondendo il messaggio della Sacra Natura fra le dimensioni arcane, invisibili  agli occhi disincantati di coloro che privilegiano esclusivamente la materialità e non credono più nel Regno segreto. Nel silenzio interiore si risveglia quel mondo “proibito” dove tutto diviene possibile e ogni cosa si accende di Sacro. Il linguaggio dei segni, che cela la chiave d’accesso all’invisibile, corrisponde alla soglia nascosta che introduce alle realtà parallele. Così tra miti e leggende, fiabe e racconti rinveniamo, cercando con cura, frammenti di verità criptate che ci parlano di cose lontane, di storie sepolte tra le pieghe del tempo, dimenticate da chi non è più in grado di “immaginare”…

Magico, Magicus, Magico

Per ricostituire le tessere di questo grande mosaico è necessario portarsi al di fuori dell’area mediterranea, dove sono presenti elementi testimoniali che recano tracce di una cultura magica connessa con l’Europa alto – medievale, nel cui contesto sono ravvisabili importanti segmenti di tradizioni “altre”, che si distinguono da quelle latino – ellenistico – cristiane. C’è da chiedersi allora quali altri popoli e tradizioni abbiano detenuto un ruolo preponderante nell’ambito menzionato. In questo nostro viaggio sulle ali del tempo, incontriamo per primo il popolo dei Ceilid, meglio conosciuti come Celti. Queste genti utilizzavano per descrivere se stessi il termine Keltoi, che significa il Popolo nascosto. Alcuni linguisti ritengono che il termine Celt (Celta), sia da ricondurre alla medesima famiglia linguistica che contiene la parola dell’antico irlandese Ceilid, utilizzata nell’irlandese moderno nella forma Ceilt, che vuol dire nascondere, tenere segreto. I misteriosi Celti costituivano l’insieme di genti appartenenti a un comune gruppo linguistico stanziato lungo una larga fascia dell’Europa atlantica e continentale. In seguito alla conquista di Giulio Cesare, l’incontro e la fusione tra Romani e Celti di Gallia aveva dato luogo a un’estesa cultura gallo – romana, preludio di quella celto – cristiana. Nell’ambito magico che ci interessa sono presenti interventi e influenze che scaturiscono dalla tradizione cristiano – occidentale e che si distinguono attraverso una duplice suddivisione: una è legata ai residui dei miti  e dei culti magico – religiosi (successivamente demonizzati), l’altra invece, complementare alla precedente, è collegata anch’essa a miti e culti, poi assorbiti dalla liturgia o dall’agiografia “popolari”. Tale corpus è racchiuso in alcune feste (festival magici) delle quali in parte abbiamo parlato nel secondo numero di Elixir (Dietro il velo del Tempo: il fascino sacro della circolarità temporale), e che in questa sede approfondiremo per poter entrare nel vivo dell’argomento trattato. Osservando quella straordinaria fonte storica rappresentata dal calendario gallico di Coligny - si tratta di un incisione su bronzo risalente al I secolo d.C. circa -  possiamo rinvenire una quantità notevole di date festive (quaranta in tutto), di cui quattro risultano fondamentali. Tra queste Samain o Samonios che cade il primo di Novembre (nell’irlandese moderno diventa Samhain per novembre); Beltane (primo maggio); Lugnasad (primo agosto); Imbloc (la purificazione, il primo febbraio). Le feste di Samain e di Beltane dividevano l’anno in due parti uguali, dette rispettivamente la metà scura e la metà chiara. La prima era caratterizzata dal progredire del buio e del freddo, la seconda da quello della luce e della bella stagione. E’ interessante notare riguardo a Samain, che su di essa è stata sovrapposta, a partire dall’XI secolo, e per volontà dell’abbazia di Cluny, la festa dei santi e dei morti, mentre il Beltane divenne la caratteristica festa cavalleresca della primavera, il Calendimaggio. Il Samain (che vuol dire riunione), come già detto, era dedicata ai morti mentre il Beltane era dedicato a Beli o Belenos, l’Apollo, ovvero la divinità solare – celtico. Beltane era la festa del fuoco e a partire dal tardo Medioevo, la notte precedente al primo di maggio (nota come Notte di Valpurga) sarebbe divenuta, assieme alla Candelora, (che era vicina all’Imbloc), una delle notti caratteristiche del sabba. In base a una tradizione raccolta nel Galles, Beli era il marito della dea Ana o Anna, detta anche Dana (notare la somiglianza con Diana). Da questa dea si facevano discendere i Tuatha Dè Dannan, gli antichi abitanti dell’Irlanda, provenienti dalla Terra degli Iperborei e ai quali era sacra la betulla, albero che per la sua peculiarità (ha il fogliame caduco) simboleggiava la morte e la resurrezione. Secondo la tradizione isolana, queste enigmatiche genti si trasformarono negli abitanti dei tumuli denominati sidh (poggi delle fate), abitatori cioè dell’Altro Mondo. Ana, divinità dai contorni fascinosi e di notevole importanza cultuale, appariva agli occhi dei cristiani come una temibile rivale. Per questa ragione il cristianesimo reagì nei suoi riguardi servendosi di due metodi classici, in apparenza divergenti ma nella sostanza complementari: o battezzandola trasformando il suo culto (non è facile stabilire se soltanto a causa del suo nome) in quello di Sant’Anna, oppure esaltandone gli aspetti sotterranei, indicandola come colei che regna sui defunti. In Bretagna, per esempio, essa regna sugli Anaan, i trapassati, confermando alcune valenze ctonie a lei attribuite dai cristiani. Come sempre il cristianesimo operò una dissociazione di questo culto pagano, trasmutando gli elementi positivi in esso contenuti in presunti, anzi, assolutamente immaginari elementi negativi da condannare come demoniaci. Ciò spiega perché Ana - che per certi versi si connetteva addirittura alla Vergine Maria -  era considerata la regina del popolo dell’Altro Mondo, ossia delle fate  e dei morti; la regina delle fate che in pieno Duecento compariva nel Jeu de la feuillèe, del poeta francese Adam de la Halle. De la Halle fu uno dei precursori del teatro profano (nel cui ambito erano esclusi temi  a sfondo religioso), composto e rappresentato in Francia. Si trattava di una parodia carnevalesca di generi letterari più impegnativi e “seri” quali il romanzo arturiano o le canzoni dedicate alle gesta cavalleresche. In tale contesto Ana, anche se ben accolta e festeggiata dagli uomini, restava pur sempre una divinità terrificante a causa del suo corteggio (insieme di persone che accompagnano in forma solenne un grande personaggio) extraumano, che il lungimirante poeta non si arrischiava a definire, ma che di fatto oscillava con tratti di inquietudine tra incanto celtico e inquietanti aspetti demoniaci.

La Compagnia  di Diana

Il nome di Dana  ha dato vita ad alcuni equivoci, infatti, alla dea celtica sono state attribuite erroneamente valenze lunari poiché essa era la compagna notturna di un dio solare (Beli); tanto è vero che nel mondo Gallo – Romano la si poteva confondere con Diana. A tale riguardo è importante sapere che esistono delle testimonianze relative alla permanenza del culto di Diana nel Medioevo, o di una divinità che le fonti ecclesiastiche celavano sotto il nome latino di Diana. Tali elementi testimoniali, per altro numerosi, riconducevano a una cultualità cerimoniale probabilmente a carattere processionale e al cui interno forse sussistevano caratteri orgiastici. Tali cerimonie, consacrate alle forze della natura e della rigenerazione, erano in qualche modo connesse con la dimensione dell’oltretomba. Sotto questo aspetto, la Diana notturna assumeva caratteri di similarità con la dea greca Ecate e ciò spiega perché, secondo la distorta logica cristiana, i presenti culti si tingevano di nero e venivano considerati infernali. Bisogna comprendere a questo punto che il legame con il regno dei morti, secondo la visione celtica, contemplava a livello folcloristico valenze assolutamente positive, in relazione analogica con il mondo della fecondità, in intima connessione con l’oltretomba e con le vive forze della Terra, della morte e della rigenerazione stagionali. Una realtà agricola dunque, o agricola – pastorale. In questo modo possiamo definire il mondo celtico. Quindi la Ana – Dana – Diana, con il suo corteggio, poteva essere accolta nelle case, renderle benedette con la sua partecipazione e presenziare ai banchetti durante le cerimonie legate ai morti, vere e proprie offerte funebri agli spiriti domestici (simili ai Lari dell’antica Roma). Questa in breve la vera identità della cosiddetta Compagnia di Diana, così come rilevato dagli scritti di alcuni ecclesiastici quali Burcardo di Worms e Reginone di Prum, nel X secolo. In epoca medievale alcuni riferimenti li rinveniamo nel Roman de la Rose, celebre romanzo cortese in cui la dea veniva designata come Dame Habonde, ossia la Signora dell’Abbondanza.

La Festa del Fuoco Magico: Candelora

La Candelora è la festa cristiana che chiude il calendario liturgico natalizio. Essa celebra la presentazione di Gesù al Tempio. Fu istituita a Gerusalemme a partire dal IV secolo e successivamente venne trasferita a Roma, dove veniva celebrata con una processione. In breve si fuse con la festa della purificazione di Maria, avvenuta, secondo la tradizione ebraica del Levitico riguardante le madri, quaranta giorni dopo il parto. Tuttavia il nome deriva dall’usanza istituita in Francia nel secolo X, volta a benedire le candele che venivano portate in processione, e in seguito conservate dai fedeli. Nell’Occidente altomedievale, l’instaurarsi di questa festività nel mese di febbraio probabilmente aveva lo scopo di sovrapporsi ad alcune festività pagane che racchiudevano significati catartici e purificatori, pensiamo per esempio ai Lupercalia (la festa degli Uomini Lupi) a Roma e per l’appunto l’Imbloc in Gallia.

Derwydd,
 il Sapiente delle Querce

Un’altra tappa del nostro viaggio tra le antiche culture magiche ci condurrà tra i Derwydd, termine gallese volto a indicare un profeta, un Druido. In questo senso possiamo affermare che il sacerdozio druidico ha avuto  una notevole influenza nella cultura magica del Medioevo, e ciò si riscontra in alcune pratiche finalizzate al dominio sugli elementi che derivano direttamente da questo corpus dottrinale. Caratteristiche della conoscenza druidica erano la dominazione sugli elementi e in particolare sul tempo, la padronanza del calendario e in genere delle scienze applicate all’osservazione del cielo, la magia tempestaria - penetrata poi nel culto cristiano attraverso le cosiddette rogationes, processioni volte ad invocare la pioggia sui campi inariditi dalla siccità - la facoltà di assumere forme animali (come nello sciamanesimo trasmutativo), l’esperienza in varie forme di divinazione. Il termine esatto con cui veniva indicato il sapiente celtico è Druida, che letteralmente significa Sapiente delle Querce, e pone in rilievo il suo legame con due piante sacre, la quercia e il vischio. Ciò fa pensare al duplice ruolo svolto dal Druida il quale oltre ad espletare la funzione di guaritore mediante l’utilizzo di erbe e vegetali era investito del titolo di sacerdotes, o per meglio dire sacerdote della natura e custode di essa. Altra peculiarità che li riguardava era legata al potere di scagliare malefici a distanza e di fabbricare filtri magici. Tale forma di magia veniva utilizzata anche dai Santi celti (o da quelli che entravano in contatto con loro). Basti pensare a San Patrizio e San Colomba che si servivano delle pratiche druidiche, specialmente quelle di magia bianca, per contrastare i loro rivali. La lotta tra San Patrizio e i Druidi irlandesi presentata dalla tradizione agiografica assumeva sovente l’aspetto di una contesa tra maghi. San Patrizio, infatti, si serviva del motteggio, un carme satirico all’apparenza, ma che in realtà si rivelava un potente incantesimo. Il Santo, oltre ciò, era in grado di assumere le sembianze di un animale. San Colomba, invece, come riportato dal biografo Adamnano, usava pietre magiche  per consentire ai malati di recuperare la salute. L’utilizzo delle pietre a tal fine rientrava pienamente nella dottrina sapienziale espletata dai Sapienti delle Querce.

La Sapienza delle Vergini: il rito nella foresta

Come appare chiaro, il ruolo esercitato dal Druida era sostanzialmente riservato agli uomini, tuttavia vi erano delle eccezioni che contemplavano l’esistenza di alcune forme di sacerdozio femminile. Alle sacerdotesse di Carnai, per esempio, era affidato il Fuoco Sacro (come nel caso delle Vestali, le sacerdotesse vergini dell’antica Roma) connesso con la festa solare di Beli. A tale riguardo, il geografo latino del I secolo, Pomponio Mela, parlava delle sacerdotesse druidiche dell’isola di Sena, al largo dell’Armorica, capaci di sconvolgere le acque marine con i loro canti, di trasformarsi in un animale, curare anche le malattie più difficili e predire il futuro ai loro visitatori. La grande abilità di alcune donne galliche nel predire il futuro ci viene testimoniata dagli Imperatori romani Alessandro Severo, Aureliano e Diocleziano i quali ricorsero alle loro arti magiche per conoscere la propria sorte. Rientrava nelle competenze femminili oltre che maschili, anche la magia tempestaria. Nel caso in cui la siccità minacciava i raccolti, le sacerdotesse selezionavano una giovane vergine la quale, completamente nuda, doveva recarsi in una foresta sacra e raccogliere (servendosi esclusivamente del mignolo della mano sinistra), l’erba sacra al dio solare Beli, la belinuncia, e immergerla nelle acque di un fiume dalle cui rive era tenuta ad allontanarsi camminando all’indietro, simboleggiando in tal modo il corso a ritroso del Sole. Tale pratica rituale si serviva di un procedimento di magia simpatica, e cioè di attrazione fra gesti o elementi analoghi. Per mezzo di questa tecnica si sarebbe determinato un evento prodigioso, che avrebbe recato sollievo alla regione riarsa dal calore. Questa forma rituaria fu descritta nelle sua applicazione pratica da Burcardo di Worms, il quale sosteneva che nell’XI secolo era ancora officiata.     

Wuttende Heer: l’esercito fantasma

Non meno interessante nella ricerca del magico la mitologia germanica che, al pari di quella celtica, teneva in grande considerazione la magia, le sue applicazioni e il simbolismo ad essa correlato. Importante in tale ambito il potere magico esercitato dagli dei e il rapporto tra questo e il regno dei morti. Il culto dei defunti e l’interazione di certe divinità con questi ultimi è riconducibile ad alcune tradizioni giunteci attraverso la mediazione dei latini o della mitologia scandinava, già ampiamente influenzata dal cristianesimo e ben nota nell’Europa medievale e anche moderna, specialmente al livello folcloristico. Una di queste è ravvisabile nella tradizione del Wuttende Heer, ossia dell’esercito degli eroi defunti scelti dalla Valchirie (le sceglitrici dei caduti) per abitare con Odino nell’Aldilà (Valholl, che si può tradurre come la Sala del Combattimento). Questa tradizione sopravvive in forma demonizzata nella Wilde jagd, la caccia feroce (oppure caccia selvaggia o ancora caccia fantastica), della quale sono piene le fonti medievali. Tacito già parlava del feralis exercitus, cioè delle ombre appartenenti agli avi che durante la notte si manifestavano magicamente tra i guerrieri germanici al fine di soccorrerli e sorreggerli nel bisogno. L’immagine dei disincarnati, anime inquiete che vagano per i trivi e si insinuano nelle case, racchiude valenze miste tanto negative, quanto positive, che si esternano mediante un atteggiamento a volte minaccioso, altre volte benevolo. I morti che recano doni ai viventi compaiono tra l’altro nella tradizione nordica. Tale configurazione fa capo anche all’oscura divinità infera, conosciuta come Hel, forse sopravvissuta dopo la cristianizzazione e inglobata nella figura femminile di Holda – Perchta che unificava in sé i caratteri inferi con quelli di divinità dell’abbondanza, allo stesso modo di Dana, la dea celtica. A proposito dei Germano - Orientali è necessario precisare che questi furono profondamente influenzati dalle culture scito – sarmatiche dalle quali assimilarono gli elementi principali, un esempio ci viene fornito dalla divinità del pantheon germanico, Odino, questo il suo nome all’interno delle saghe nordiche. In realtà, al di fuori di queste egli era conosciuto come Wotan e rivestiva il ruolo di sapiente, mago, necromante, veggente, fondatore dell’arte poetica, tutte caratteristiche rinvenibili nelle religioni di matrice sciamanica. Sfortunatamente l’intervento cristiano e i precedenti contatti con il mondo romano, hanno alterato irrimediabilmente i costumi e  le radici di questi popoli, falsandone l’immagine originaria e compromettendo un eventuale recupero delle tradizioni più antiche. La conversione al cristianesimo, in particolare rappresentò un cambiamento di enorme portata per le culture in questione, che in ogni caso mantennero ancora per lungo tempo tracce del loro vissuto, del loro corpus dottrinale e  dei costumi pagani. Determinante a riguardo la conversione dei Franchi che ebbe luogo in un anno imprecisato, probabilmente tra il 493 e il 506, a Reims. Qui il loro sovrano Clodoveo, sotto la guida del vescovo Remigio, accettò di battezzarsi. Quest’atto condizionò l’intero popolo dei Franchi che seguì l’esempio del sovrano. Ciò nonostante, alcune abitudini cultuali rimasero intatte e questo a prescindere la conversione di massa che si era registrata. Leggende, verità, misteri si rincorrono tra le sacre melodie della foresta e dei boschi, antichi guardiani di un vissuto affascinante e remoto. E’ lontano il tempo in cui l’uomo dialogava con gli dei, colloquiava con Ninfe e Fate, in quel regno incantato che una religione intemperante ha voluto negare e cancellare. La Conoscenza, la libertà interiore e la consapevolezza hanno da sempre turbato coloro che, in maniera imperiosa, vogliono rifiutare all’uomo la sua deità a favore di un culto schiavizzante e obnubilante, dove l’essere umano non è più in sintonia con la Madre Natura, ma è solo un burattino nelle mani di un oscuro e castrante potere spirituale: una religione di stato.             

(Tratto da Elixir n° 3 con il permesso delle Edizioni Rebis)