L’anima della tradizione romana - di Luca Valentini

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vestaL’anima della tradizione romana: Vesta e il Natale dell’Urbe

Sii propizia, Vesta!
In tuo onore apro le labbra,
se mi è lecito di partecipare ai tuoi riti.
Ero assorto nella preghiera,
ho sentito il potere divino,
e la terra è brillata, lieta, di luce purpurea

(Ovidio, I Fasti, VI, 249 – 252)

Roma, 7 apr – Ci si appresta al 2771° anniversario della fondazione di Roma e per sabato 21 Aprile 2018 diverse realtà associative hanno organizzato nella capitale iniziative di vario genere per l’occasione.

 

In questa sede, nello specifico, vogliamo ricordare come, con il patrocinio de Il Primato Nazionale (e di tante altre realtà associative ed editoriali), a cura delle associazioni culturali Fons Perennis, Pietas, delle riviste EreticaMente e Polemos, si svolgeranno molteplici manifestazioni commemorative accomunate dalla denominazione “Natale dell’Urbe, 2771 a.U.c.”, in cui agli eventi mattinali, concernenti un viaggio itinerante nel cuore della città arcaica e l’officio di un antico rito pubblico romano al foro Boario, si abbinerà, nel pomeriggio, un seminario di studi, presso Palazzo Falletti, dedicato alla figura numinosa di Vesta secondo le interpretazioni archeologiche, antropologiche e delle recenti ricerche della storia delle religioni, con l’intervento di noti accademici e ricercatori del settore. L’accostamento del fuoco sacro conservato dalle vergini vestali alla fondazione dell’Urbe non è, ovviamente, casuale, ma risulta essere volutamente ricercato, nella direzione di un’autentica riscoperta delle virtù ancestrali che possono e devono essere ricondotte alla natura spirituale e sapienziale di Roma, quale idea imperitura. Il riferimento archetipale e numinoso travalica le contingenze storiche per trasfigurarsi come un reale ideale di civiltà, come una Kultur, una visione del mondo che informa gli animi attraverso le proprie azioni:

una costruzione unitaria e continua, sorretta da uno sforzo essenzialmente omogeneo perché ispirato ad un ideale consapevole, fondata su di un sistema di fini e di valori composti in armonia e produttivi d’un ordine spirituale interiore” (Pietro De Francisci, Civiltà Romana, Quaderni dell’Istituto nazionale di cultura fascista, Roma 1939, serie nona, I – II, p. 13).

Vesta, pertanto, rappresenta l’anima fondante ed arcana della Tradizione di Roma, la dimensione ontologica in cui è possibile ritrovare il centro ardente di se stessi, la via cardiaca in cui sono celati l’asse e la fiamma, una dimora ove riviverli in sè, covando la caloricità che dissolve il plumbeo Saturno da cui la stessa dea nasce, per macerare la fantasia, l’enfasi, la retorica. L’anima pura è anima secca, come ci ricorda sapienzialmente Eraclito, e ritualmente il centro pubblico ed allo stesso tempo arcano dell’Urbe testimoniava come potessero essere colti i diversi piano del sottile, tramite cui i reali insegnamenti maieutici dei Majores permettevano la realizzazione delle vette più sublimi dell’animico. Il fuoco sacro è il simbolo primordiale della via eroica e solare della Tradizione Romulea, manifestazione marziale di una palingenesi coscienziale, in cui Vesta ha rappresentato e rappresenta il fornello alchimico ove i vari Numi rappresentano i diversi metalli della grande sapienza ermetica d’Occidente:

“<<Risvegliata>> dal sonno, <<scongelata>>, vitalizzata dal fuoco fecondatore, Vesta torna alla vita, genera ininterrottamente, operando in tutte le direzioni, partendo dal medesimo centro moltiplicatore” (Il Fuoco Sacro: Giano e Vesta – in Marco Baistrocchi, Arcana Urbis, Edizioni I libri del Graal, Roma 2009, p. 204).

A Vesta è legata la cosiddetta seconda fondazione di Roma, operata da Numa Pompilio, nel Foro, come ci testimoniano i recenti studi di Carandini (Angoli di Roma, Editori Laternza, Bari 2016, “Dove dormivano le Vestali?”, p. 6ss), in cui l’aedes della divinità, non solo era parte integrante della dimora del re – augure sabino, ma in cui è stato rinvenuto un penus, uno spazio riservato “dove erano conservati, non già le cibarie, ma i talismani della città-stato”, tra cui il fascinus (fallo) di Marte ed il Palladio di Athena – Minerva, che si riteneva condotto da Enea dalla sua fuga troiana. Il relativo collegio sacrale era costituito da sei sacerdotesse, cooptate da famiglie patrizie dal Pontefice Massimo nell’età tra i sei e i dieci anni, con a capo  la Virgo Vestalis Maxima, alle quali era demandata la tutela del fuoco che non doveva mai spegnersi – rinnovato ogni primo marzo, quale rinnovamento dell’anno calendariale romano – quale manifestazione visibile dell’Aeternitas di Roma e delle sue istituzioni. Risorge la visione di ciò che permane metafisicamente oltre il tempo, una sorte di luce e calore che non può essere ridestata semplicemente perché non può essere spenta od occultata. Risorge l’idea ed il compito di una consapevolezza che va ridestata perché l’umana visione ne ha smarrito la capacità di percepirla come viva e presente. Risorge la certezza che il potere igneo è potere solo limitatamente materiale, ma essenziale spirituale ed invisibile, il segreto della Tradizione contro la decadenza moderna:

Fuoco inestinguibile come il segreto della sapienza tradizonale conservato da coloro che ne sono i depositari e che lo trasmettono regolarmente per bilanciare la dissipazione del mondo mantenendo vivo il legame coll’invisibile senza di cui l’umanità non esisterebbe” (Guido De Giorgio, Il Fuoco di Vesta e il segreto della trasfigurazione perenne, in La Tradizione Romana, Edizioni Mediterranee, Roma 1989, p. 239 – 40).

In tale prospettiva, risulta essere illuminante l’accostamento di Vesta con la terra, come indicatoci da Ovidio (I Fasti, VI, 265ss), in connessione non con Tellus, quale nume della dimensione naturalistica, ma con il simbolismo della palla, della sfera, non tangente ad alcun punto ed a tutti contemporaneamente, in cui l’arcano del centro del centro dell’Universo si cela. E’ quanto espresso da Marcello De Martino – che sarà intervistato in videoconferenza in occasione della suddetta conferenza proprio sul tema – nella sua ultima fatica editoriale, Le Divine Gemelle Celesti, per la casa editrice Agorà & Co., nella collana Speaking Souls – Animae Loquentes (Linguistica, Antropologia e Storia delle Religioni) da egli stesso diretta, in cui la figura di Vesta viene inquadrata carpendo argutamente la pluridimensionalità del Nume, le tante caratteristiche, anche di genere, che arricchivano non un mero riferimento religioso, ma una potenza che in formalità molteplici si manifestava quale entità ignea, non solo a Roma, ma anche nell’intera cultura indoeuropea, come magistralmente comprende Dumèzil. E’ la ripresa dello stretto rapporto tra Giano e Vesta (oggetto della nostra relazione a Palazzo Falletti) quale rapporto uroborico tra inizio e fine, in cui la circolarità inerente Vesta non è limitata al mero dato archeologico circa l’originalità della forma non rettangolare del proprio aedes, difformemente dagli altri edifici sacrali romani ed a similitudini di molte costruzioni indù, ma si esplicita pienamente nella comprensione ermetica del senso celato della forma rotonda non inaugurata, in cui il fulcro di una sfera, senza limitazioni dimensionali, né di tempo né di spazio, determina la metafisica della perennità, cioè lo Spirito presente a se stesso, come riportavano i presocratici come Eraclito e Parmenide, nella propria essenza ignea e vivente, a profusione perpetua, continua e non limitata nel mondo.

Il  riferimento al culto domestico, al penus di Vesta, quale analogia microcosmica dell’omphalos di Delfi, quale centro del mondo è il medesimo piano ontologico e sacrale della greca Estìa di Filolao e dell’Agnì vedico:

l’essere umano nel momento in cui diveniva homo sacrificano tramite la fiamma espiatrice della <<colpa>>m vista come un’impurità materiale che lo rndeva pesante e opaco, subiva una vera e propria trasformazione sostanziale – una sorta di divinizzazione o apoteosi –  che lo rendeva <<puro>>, cioè leggero e lucente come era la stessa essenza divina, di natura ignea” (De Martino, op. cit., p. 225).

Ove vi è un cerchio, terreno o celeste, vi è un centro e come vi è una corrispondenza diretta tra ciò che è perno in basso come in alto, così vi è una corrispondenza anagogica tra le dimensione della circolarità, perché in essa vi è l’espressione pitagorica dell’Assoluto. Da ciò si può ovviamente desumere come l’aspetto sacrale indoeuropeo, in Grecia, a Roma, in India, esprima solo superficialmente tre diverse e distinte fenomenologie del culto, ma che, in realtà, dall’esegesi in atto risorga intuitivamente in unico modello metafisico di riferimento, rintracciabile non solo nel crotoniate Filolao, ma anche nelle fonti della religiosità romana, tramite cui fiamma ridesta fiamma, spirito risveglia spirito, Donna partorisce Eroe. Una sacralità, nella sua inviolabilità,  emerge, quale dimora stabile, fissa, sempre in sé centrata, in cui lo spirito di una civiltà, di una tradizione abbia saputo conservare la propria essenza vitale:

Tieni  conto che Vesta non è altro che la fiamma viva,
e dalla fiamma non vedi nascere mai nessun corpo.
Giustamente dunque è vergine,
non riceve e non rende nessun seme,
e ama chi ha la stessa sua condizione

(Ovidio, I Fasti, VI, 291 – 294)

(Tratto da Il Primato Nazionale che ringraziamo per la collaborazione)