FINALITÀ OCCULTE DEL RITO NELL’ERMETISMO MAGICO di Aurhelios

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Finalità occulte del rito nell’ermetismo magico, di Aurhelios

(Tratto da “Elixir n° 7 – Edizioni Rebis)

Il Rito: parola densa di significati che evoca immediatamente scenari avulsi dalle attuali apparenze di una dominante realtà, al cui suono affiorano immediati richiami a un passato recondito, a simboli e reminescenze di un immaginario ancestrale eppure sempre profondamente presente nel tessuto spirituale dell’uomo. E’ facile correre col pensiero a segrete cerimonie medievali, compiute nottetempo in luoghi appartati, nelle campagne o in antri oscuri e vetusti, illuminati dalla fiamma incerta e tremolante di torce e candele. Potremmo figurarci al centro della scena, all’interno del cerchio magico, il classico mago, altero, imponente, immerso nella propria veste rituale e avvolto dai fumi degli incensi che salgono lenti e sinuosi dai bracieri, contornato dagli strumenti dell’Arte: la spada, il pugnale, la bacchetta, i talismani, le pergamene e…l’indispensabile libro del comando. La lama della spada, brandita dalla mano del magista, sembra animarsi al luccichio delle ondeggianti lingue di fuoco che riflette, mentre i rapidi movimenti delle ampie maniche della tunica irrompono in quelle lente colonne di fumo, creando strane volute, evanescenti spirali, arabeschi danzanti…I suoni sono quelli di un silenzio irreale, interrotto soltanto dal timbro ritmato e incalzante della voce del mago che recita strane litanie in latino, invocazioni scandite da fonemi astrusi e seguite da antichi salmi, o carmi, e nomi di potenza pronunciati con tono solenne e severo. E infine, di nuovo il buio, splendente di luci diafane; e ancora il silenzio, carico di presenze invisibili e dialoghi che non hanno bisogno di parole.

Al di là dell’importanza strutturale che il rito assume nel circoscritto spazio religioso, è innegabile che uno dei capisaldi più suggestivi e interessanti dell’ermetismo magico si manifesti anche e soprattutto in quegli aspetti misterici e sacrali, a volte complessi, a volte più semplici ma sempre coinvolgenti e ammantati di fascino arcano, che ne caratterizzano la rituaria.
Le numerose edizioni dell’Opera di Agrippa1, dal 1535 c. in poi (in forma manoscritta tuttavia già circolante da alcuni lustri), nella quale troviamo testi di esplicito carattere rituale, quali “il Quarto Libro delle Cerimonie Magiche” (attribuito allo stesso Agrippa), l’”Heptameron” di Pietro d’Abano e l’”Arbatel”, stanno significativamente a confermare, nonostante i tempi non certo propizi alla pubblicazione di simili scritti, quanto fosse conosciuta e diffusa una letteratura di importante spessore esoterico incentrata sulle pratiche magiche, presso classi socialmente elevate e di notevole livello culturale. Il che ci dà la misura del valore e dell’interesse attribuiti a cerimonie e rituali anche in periodi storici decisamente ostili a tali materie, condannate sistematicamente dalla demonomania isterica degli zelanti figli di troppi padri di santa madre chiesa. E gli esempi potrebbero essere certamente più numerosi.
Ma è soprattutto dal XIX secolo, epoca in cui il mondo occidentale vede risorgere e fiorire, o manifestarsi liberamente, finalmente affrancati dal giogo plurisecolare di iniqui patiboli e persecuzioni, confraternite e ordini magici ed ermetici di ogni genere2, che si rende sempre più evidente e chiara l’importanza del rito, inteso non solo quale singolo o isolato contributo operativo inserito in un più esteso corpus dottrinale e cerimoniale, ma anche e più precisamente quale componente strutturale e specifica dell’organismo iniziatico del quale esprime natura, valori e finalità.
Il rito svolto all’interno dell’ordine, caratterizzato da elementi spesso sincretici ma comunque strettamente peculiari, costituisce la piattaforma operativa di base e l’anello di congiunzione tra gli affiliati3, il vertice della struttura medesima e l’entità collettiva, o eggregore del gruppo, risultante dalla somma dei valori energetici o psicoanimici individuali confluenti – come pile isolate ma unite nel comune obiettivo – nella “batteria” o “serbatoio” centrale.
Per fare in modo che il rito esplichi la massima virtù realizzante si rende necessario un ritmo costante4, preferibilmente quotidiano, come richiesto a esempio per l’omonima pratica5 in ambito rituario kremmerziano, così come avviene per la maggior parte delle società esoteriche tradizionali6.
Troviamo la stessa cadenza, basata sugli identici principi e sul valore occulto della ripetitività7 - con tutti i debiti distinguo naturalmente - nella messa cattolica: vero e proprio atto rituale nel cui simbolismo originario non è difficile individuare evidenti riferimenti esoterici e alchimici, che soprattutto nella sua forma tradizionale in latino costituiva un potente e profondo sistema di “nutrimento” per l’eggregore corrispondente e un vigoroso “collante” per i membri della stessa istituzione (gerarchie, officianti e fedeli), specialmente se rapportato al numero incalcolabile di cerimonie compiute ogni giorno nel mondo e alla massa notevole di credenti, operanti all’unisono collegati dal comune e importantissimo denominatore della lingua latina.
La dinamica e gli scopi del rito sono semplici quanto efficaci, se svolto correttamente: il sacerdote o officiante, specie se solennemente e legittimamente consacrato tale, rappresenta il “pontefice” o “ponte”, o soggetto attivo di congiunzione con l’eggregore; i fedeli partecipano con preghiere e atti rituali alla cerimonia, veicolando la propria energia verso il medesimo8 (e di conseguenza verso l’eggregore), il quale “dirige” l’operazione creando un massimo comune denominatore energetico, che “ridistribuisce” poi (coadiuvato peraltro dall’atto della “comunione”) sui singoli fedeli, realizzando, in linea teorica, quella funzione anagogica che assume un ruolo di primaria importanza - se non il principale - all’interno del rito.
Allo stesso modo, nel rito di natura magica o ermetica inserito nella pratica quotidiana di un organismo esoterico, si verifica un contributo da parte dei singoli aderenti che operano ogni giorno alla stessa ora, nei confronti dell’eggregore dell’organismo medesimo del quale fanno parte. Ogni praticante attiva ed esprime con e durante il rito un quid energetico pari al proprio coefficiente qualitativo animico, che in parte confluisce nell’eggregore stesso. Quest’ultimo realizza la “summa” di tutti gli apporti individuali in un’unica entità o anima collettiva, qualitativamente formata dalla somma dei valori delle singole specificità o peculiarità degli aderenti9, sui quali ripartisce poi equamente, moltiplicato in termini esponenziali, il valore energetico che esprime. In sintesi quindi, il soggetto da una parte dà e dall’altra riceve10. Per comprendere più chiaramente il concetto possiamo proporre l’esempio di musicisti isolati, i quali uniti in un unico scopo e diretti da un maestro d’orchestra, producono una sinfonia che corrisponde alla risultante perfetta e armoniosa di tutti i singoli interventi soggettivi. Naturalmente per raggiungere un risultato eccellente, o quantomeno apprezzabile, è necessario che ogni strumentista, così come il direttore, siano validi, efficienti e preparati, e che riescano a dare il meglio di sé nel momento della prova. Non è difficile dedurne, tornando al rito, che se gli affiliati e/o i vertici della struttura, o una parte preponderante di essi, non rispettano o non seguono le regole etiche dell’iniziazione rivolte unicamente verso il bene assoluto e l’ascenso - requisiti e prerogative che dovremmo considerare fondamentali e scontati almeno in una struttura iniziatica o religiosa, anche se parliamo in termini puramente teorici -, e “inquinano” l’eggregore (e di conseguenza tutti i membri che ne fanno parte) con i loro contributi aurici mediocri o negativi, si ottiene un effetto esattamente inverso e contrario a quanto previsto, vale a dire un’azione catagogica e un livellamento verso il basso dell’intero eggregore e di coloro che lo nutrono, con riflessi involutivi imprevedibili ed esiti o ripercussioni spesso alquanto spiacevoli se non disastrosi. Nel migliore dei casi l’auspicabile effetto benefico, positivo, terapeutico e protettivo della “catena” è decisamente nullo. Ben diverse e assai più insidiose nelle conseguenze, le circostanze in cui le gerarchie della stessa struttura, o il capo riconosciuto della medesima, animati da sentimenti di natura egoistica o addirittura maligna, svolgono una vera e propria azione vampirica, nei confronti dei propri seguaci (e solo in parte dell’eggregore), trovando un pretesto di vita (simbiotica) nei simulacri del potere che alimentano e dai quali sono alimentati11. Ma l’analisi più dettagliata di possibilità di questo genere, purtroppo non rarissime, andrebbe ben oltre le nostre intenzioni.
Nel rito kremmerziano, adottato peraltro anche da altri ordini ermetici12, troviamo elementi simbolici e operativi di varia natura ed estrazione, come la croce essenica, l’esagramma di Salomone, la veste e il “cordone” con tre nodi, che costituiscono la “formula” di collegamento con l’eggregore e l’anello di unione con la “catena” e i tre mondi superiori13, oltre che, in riferimento più specifico alla tunica e al cordone, uno strumento isolante dalle influenze esterne. Da sottolineare inoltre la presenza di alcuni salmi, ovviamente non scelti a caso14. Anche su questi ultimi occorrerebbe un’ampia digressione, per tentare di metterne in luce il reale valore magico-ermetico e l’importanza che hanno assunto nel tempo, non solo in termini mistico-religiosi, ma anche e soprattutto esoterici15.
L’uso dei salmi, applicati a determinate realizzazioni, ben al di là dunque del semplice valore a se stante affidato alla preghiera, è senza dubbio antichissimo e comprovato dalla presenza di esplicite tracce in proposito già nei “breviari” e nei “benedizionali” cristiani del XVI secolo, oltre che in una serie importante e cospicua di manoscritti e documenti ermetici, spesso corredati di cifre, figure talismaniche e nomi di entità angeliche ad essi attribuite.
In una nota del 1921, lasciata a commento del testo interno “De occulta sapientia seu philosophia Salomonis”, risalente probabilmente al XVI o XVII sec., il Kremmerz scrive: “La chiave dei salmi che qui do ad uso dei novizi dell’Or+Eg+ è completa ed integra per ciò che riguarda il carattere dell’Intelligenza di ciascun Salmo ed il nome di essa. Sono parziali e relativi, invece, gli scopi e gli usi di ogni Salmo essendo essi molto più vasti ed importanti di quelli qui riportati. E’ compito precipuo di ogni novizio che avrà raggiunto il primo separando, di scoprire l’uso integrale e vero di ogni Salmo o di gruppi di essi. Il carattere attribuito ad ogni Salmo è da ritenersi la chiave unica e vera per giungere a tanto. Né si reputi poca cosa ciò che qui è dato perché il novizio ne faccia ampio uso pel solo fine di bene”. In effetti, in annotazioni personali presenti in un esemplare del “Liber Psalmorum” appartenuto a un discepolo diretto del Kremmerz, troviamo indicazioni preziose sulle possibili combinazioni e relative applicazioni dei salmi e dei loro singoli versetti, assieme alle rispettive proprietà e cifre.
Seguendo lo stesso principio, il Kremmerz volle applicare una parte del magnetismo sviluppato dal rito e dalla “catena orante” alla nobile e disinteressata causa della terapeutica diretta o a distanza, per alleviare le sofferenze e le malattie del prossimo. Il che, al di là dei risultati (lo stesso Kremmerz, confidandosi con l’amico Rocco in una lettera del 1921, ebbe a scrivere: “[…] abbiamo risultati strabilianti e qualche volta per una ragione o per altro facciamo fiasco”)16, costituisce oggettivamente una delle più alte e lodevoli forme di adattamento del sistema rituario all’interno di un’organizzazione iniziatica.
Ma ciò che per comprensibili motivi non è mai stato dichiarato apertamente, riguarda il fatto tutt’altro che secondario, che lo scopo del rito non era e non è circoscritto unicamente entro il pur fondamentale postulato relativo alla cura dei malati a distanza. Un’altra e non ultima delle sue funzioni e finalità, certamente non meno importante, era e rimane lo sviluppo e il perfezionamento delle “latenti facoltà occulte” del cosiddetto “corpo sottile” (in termini qualitativi e quantitativi) e della capacità da parte dell’operante di esteriorizzarne e proiettarne volontariamente l’essenza fluidica, o forza magnetica, all’esterno.
Il “rito quotidiano”, sostenuto dalle tecniche di catena e integrato da altri rituali specifici di ascenso e realizzazione, svolge dunque tra l’altro – come qualunque altro rituale valido, attentamente e intelligentemente mirato e formulato, compiuto con regolarità, costanza e intenti seri – una importantissima azione di “nutrimento” nei confronti del proprio “corpo lunare” e di risveglio ed espansione di quel potenziale interiore di valori strutturali e ausiliari, di interesse basilare per ulteriori passaggi e obiettivi nel percorso magico-ermetico.
Esattamente come un atleta, il quale basandosi su un preciso e corretto allenamento psicofisico graduale e continuo, riesce a potenziare e ampliare muscolatura, capacità tecniche e controllo per raggiungere esiti e traguardi sempre più impegnativi, ugualmente l’”aspirante ermetista” deve coltivare altrettanto gradualmente, con volontà, pazienza, determinazione, costanza, ma soprattutto umiltà e disciplina, il proprio essere, la propria unità psicofisica, animica e spirituale, integralmente, per conseguire e consolidare progressivamente, nei tempi utili e necessari (estremamente soggettivi ovviamente) risultati di maggiore o minore entità in relazione al proprio ascenso17, al proprio livello di “coscienza” e alle estesissime possibilità di applicazione di quanto acquisito e realizzato, distinguendo esattamente gli effetti (di un particolare stato di essere) dalle cause. La qual cosa, si badi bene, per non cadere negli insidiosi labirinti dell’ego e nelle frequenti trappole del Glyndon di “Zanoni”, significa semplicemente che i possibili “contatti con l’invisibile” e le eventuali manifestazioni di speciali potestà e “doni”, che in base alle attitudini soggettive possono emergere evidenti e tangibili fin dall’inizio delle pratiche, devono essere sempre e soltanto interpretate e vissute unicamente come un mezzo ed eventualmente una conferma della validità del lavoro compiuto, o tuttalpiù un valore aggiunto e decisamente consequenziale, nei primi passi del tragitto di conoscenza e conquista del Vello d’Oro, di quella realtà interiore luminosa e creativa che annuncia con l’Hermes alato l’apparizione del Nume e l’inizio dell’integrazione dell’Essere nella libertà realizzante.

 

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1 Discepolo di quell’Abate Trithemius, autore della Poligraphia e della Steganographia, che ben conosceva le Clavicole di Salomone.

2 Solo nella Francia fin de siécle se ne contano più di duecento.

3 I quali “anelli”, uniti tra loro da comuni ideali, intenti e pratiche rituarie, formano appunto la cosiddetta “catena” (“catena orante”, “catena dei praticanti” ecc.).

4 “I riti magici di formazione e concezione scientifica quanto più antichi e usati tanto più hanno valore, come se il loro ripetersi meccanizzasse potentemente la virtù della prima e originale intenzione” (Kremmerz, fasc. C).

5 Il cosiddetto rito quotidiano.

6 Il rito è in genere composto da segni o frasi di apertura, particolari invocazioni e/o preghiere o salmi, ai quali seguono eventuali applicazioni (terapeutica a distanza, purificazioni, richieste personali ecc.) e segni o parole di chiusura. Il tutto di norma corredato da incensi adatti al periodo e possibili complementi rituali quali candele, veste, cordone ecc. Escludendo altri riti, periodici, individuali, speciali e collettivi di catena ecc., il rito giornaliero è inoltre sovente integrato da altri simili, ma caratterizzati da più specifiche componenti analogiche di carattere calendariale e astrologico e differenti finalità, da svolgersi nel giorno della luna nuova (o delle quattro fasi lunari) e in particolari ricorrenze di valore solare (solstizi ed equinozi ecc.).

7 Ben conosciuto peraltro dai dirigenti della “Compagnia di Gesù” e dalle “SS” di Himmler.

8 Precedentemente alla attuali norme conciliari collocato giustamente “di spalle” rispetto all’assemblea dei partecipanti: particolare apparentemente irrilevante, ma in realtà di determinante importanza, come i più elementari precetti di magnetismo insegnano.

9 Le cui gerarchie dovrebbero svolgere, nei loro confronti, la stessa funzione anagogica alla quale abbiamo precedentemente accennato

10 “L’effetto del rito generale e comune a tutti si deve riflettere sulla grande catena delle anime oranti componenti la Myriam (nome attribuito dal Kremmerz all’eggregore della catena stessa – n.d.r.). Più forte è la corrente di tutti i fattori e più potenti sono gli aiuti terapeutici che da essa emanano e di cui può fin dall’inizio giovarsi ogni praticante, appena a conoscenza dei primi rudimenti di medicina integrale” (Kremmerz, fasc. C).

11 Da cui si deduce molto chiaramente l’esigenza di una verifica attenta e costante dell’assoluta serietà e della cristallina irreprensibilità dal punto di vista umano e morale delle gerarchie o delle guide di un gruppo che si definisce iniziatico, le quali devono responsabilmente costituire un solido e sicuro esempio e modello di vita a 360°.

12 A.e. nel Martinismo e nella Chiesa Gnostica.

13 Oltre l’unione con i “tre mondi” simbolici, i tre nodi sanciscono il legame con i confratelli, il capo della catena e l’eggregore.

14 In particolare, più precisamente, il “rito quotidiano” comprende i salmi 19, 21 e 101, i quali uniti, stando ai maggiori repertori tradizionali e ai classici che trattano specificamente il tema, assolvono un compito tanto propiziatorio quanto terapeutico e protettivo, risultando utili rispettivamente: per la riuscita in ogni impresa, per la prosperità, per il buon esito di un progetto, per la guarigione delle più difficili malattie fisiche e morali, per la difesa da nemici ed entità maligne e per una sana longevità.

15 Alcuni settori di un certo tipo di tradizionalismo che negano o eludono l’importanza dei salmi “anche se recitati in latino” e inorridiscono alla prospettiva del loro uso a causa del “marchio di fabbrica”, dovrebbero riflettere – anche ma non solo – sul precipuo valore tecnico ad essi attribuito in ambito rituale e al coefficiente energetico o “magnetico” ai quali si può attingere proficuamente, almeno a certi livelli, indipendentemente da qualunque matrice, implicazione o “contaminazione” di carattere ideologico o religioso, ovvero senza rischiare di alimentare alcun ente “contrario” al proprio credo o alle proprie idee. Tutto questo presuppone naturalmente una conoscenza altrettanto “tecnica” della materia e l’uso intelligente dei medesimi. Va sottolineato comunque che, pur se comprensibili, certe pregiudiziali in ermetismo non hanno senso.

16 “Elixir” n° 4, Viareggio, Ed.Rebis, 2006.

17 E in stretto rapporto con i limiti, le possibilità e le potenziali prospettive o “talenti” del proprio “individuo storico”, risultante dalla somma delle esistenze precedenti per chi crede nella reincarnazione, o dalla combinazione di attitudini, predisposizioni e componenti naturali ed ereditarie, per chi non vi crede.