LA TRADIZIONE HERMETICA

Giuliano Kremmerz e la Schola Italica

SITO INDIPENDENTE DEDICATO ALLA RICERCA E ALLA CONOSCENZA DISINTERESSATE DELLA VERITA' INIZIATICA

LA TRADIZIONE HERMETICA

SILENTIUM di Frà L. Squarciapino

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A tutti i cultori di filosofia ermetica è noto il concetto di piccolo arcano a cui fa da sponda quello, indicativo di acquisita conoscenza osiridea, di grande arcano. In realtà mentre quest’ultimo, più propriamente potrebbe essere identificato come l’Arcano Incantatore, attesi i discutibili risultati ottenuti dai suoi atleti praticanti, quello che non viene mai menzionato dai Maestri come Arcano,eccezion fatta per i Pitagorici1, è proprio il Silentium, che per correttezza, dovrebbe essere conosciuto come l’Arcano Occultato. Del resto, per i Cistercensi l’importanza del Silenzio era riassunta nel motto: Silentium est aurum.
Senza questo mezzo, necessariamente accompagnantesi con l’amica Solitudo che il Signor Zimmermann considerava “ Un’inclinazione più veemente dell’istinto per la vita sociale, dovendosi già riferire ad un trasporto dell’anima che, sdegnando i volgari confini, aspira a distinguersi con franchi voli”.2 Egli rimarcava il concetto con la considerazione che nella solitudine noi dipendiamo da noi stessi, nel mondo dipendiamo dal mondo. Giordano Bruno amava ripetere che “Dio s’ama et honora più per silentio che per parola” ed il Kremmerz affronta l’argomento del Sile-Soli avvertendo “… Il rumore esterno non sentirlo; tu stesso non essere causa di rumore,  non farne, non pronunziar verbum, parola creatrice, iniziale movimento di un’azione dell’idea che si ripercuote, si allarga in onde del pensiero e allargandosi, cammina all’infinito.” Per Franz Hartmann la grande virtù di questo arcano era riassunta nell’assunto “La capacità di percepire la verità dipende dalla tranquillità dell’anima”.
Senza questo arcano, pertanto, l’ermete non va da nessuna parte e il povero cillenio Hermes perde le ali dei talari e del pètaso. Solitudine e Silenzio cum grano salis , realizzano un Elixir determinante per il contatto, le cui posologie saggiamente aggiunte ad aqua fontis (q.b.)3 e ad un attivatore enzimatico (Alkaest) (non precisabile in questa sede), conducono a quella dinamizzazione necessaria all’ermete per il grande balzo temporaneo verso il mondo delle cause.
Ancor oggi ci si chiede perché le poco note dee arcaiche romane, Angerona ed Angitia, fossero rappresentate nei sacri templi, con la bocca fasciata da un drappo o con l’indice sulla rima labiale. Tali peculiarità rammentavano forse, come la magia realizzatrice di queste divinità fosse legata…all’Arcano Occultato ? Stando ad Orazio è il Silenzio di una notte dominata dalla luna che va ricercato per i riti arcani 4. La curiosa investigazione dell’occhialuto lettore, non potrà non soffermarsi sul prefisso Ang- di tali dee-maghe, prefisso che può essere ritrovato ad esempio in Ang-uis e in Ang-or. Mediti, quindi, il nostro indagatore dalla fronte corrugata e confidi che lo psicopompo, passandogli accanto, gli sveli l’ arcano. In questa sede vogliamo fornire un piccolo aiuto facendo notare che, filologicamente e semanticamente, Angitia deriva da Anxa ,espressione del Num egizio e del Tiamat akkadico e che questa dea era la manifestazione della Grande Madre, colei che dà la vita o la morte, rinnovamento sapienzale della vita medesima. Ogni creazione, ci avverte Kremmerz, avviene nel silenzio, come nel silenzio lavora l’alchimista nel suo laboratorio, interrompendolo, di tanto in tanto, con qualche timida nota dell’immancabile strumento a corde.

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L’ERMETISMO PAGANO DI G.KREMMERZ di N. N. T.

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Negli ambienti ermetici si è discusso molto, soprattutto in passato, dell’appartenenza o meno del Kremmerz alla corrente comunemente - e forse troppo semplicisticamente - detta pagana dell’ermetismo. Questa realtà, per noi ormai evidente aldilà di ogni possibile confutazione (fino a prova contraria ovviamente), è stata messa in dubbio da storiografi e commentatori che soprattutto in certi passaggi delle prime opere del medesimo e in certi elementi della sua struttura rituale, hanno voluto individuare una sorta di trait d’union con la tradizione cristiana, o cristiano-cabalistica.
E’ innegabile che il mago di Portici, agli esordi della sua impegnativa opera di divulgazione, per mitigare forse il non facile impatto iniziale con la suscettibilità religiosa dei primi lettori, abbia cercato di inserirsi in un ambiente esoterico sostanzialmente permeato di forti componenti fideistiche, con testi che in certa misura si riferivano o ispiravano agli esponenti ed alle scuole di spicco dell’occultismo francese. In particolare Elifas Levi, de Guaita, Papus ecc. (v. Il Mondo Secreto, Cristo la magia il diavolo, Angeli e demoni dell’amore, Medicina mistica). Com’è altrettanto vero che una significativa percentuale della struttura operativa e cerimoniale kremmerziana presenta inconfondibili tracce di varia estrazione, a volte persino in apparente contraddizione, se non in netto contrasto, tra loro. Possiamo citare ad esempio l’uso e le applicazioni ermetiche dei salmi, uniti a carmi caldeo-egizi, invocazioni cabalistiche abbinate a preghiere cristiane e inni ‘pagani’, e poi croci esseniche, stelle di David o esagrammi di Salomone con tanto di nomi divini (Jod, He, Vau, He) in ebraico inseriti nell’egizio-caldeo Rito di Kons…e così via. E’ plausibile che gli archivi di quell’Ordine Egizio da cui proveniva e a cui attingeva il Kremmerz, comprendessero pratiche e documenti dottrinari più e meno antichi raccolti nel tempo dai singoli appartenenti,  custoditi e coordinati fin quando è stato possibile dai maestri di questo centro iniziatico. Ed è ugualmente probabile che il Kremmerz tentasse, almeno nei suoi progetti originari, di realizzare una sorta di sincretismo magico (un sistema misto italico-orientale che egli stesso ebbe a definire pitagorico-cabalistico), entro il quale far confluire elementi selezionati che esprimessero quanto di meglio e funzionale potesse essere utilizzato ai fini dello sviluppo della Fr+Tm+ di Myriam (…la Myriam, scritta all’ebraica e cabalisticamente, che è la maternità di una tanto enorme accolita di fratelli…) e dei suoi iscritti.Fatto sta che qualche malinteso si è venuto inevitabilmente a creare. Si dice che il tempo è galantuomo e che la pazienza chiarisce il dubbio. Forse le idee personali di Kremmerz sull’appartenenza ad una tradizione specifica, soprattutto da quanto emerso alla luce delle ricerche degli ultimi anni, sono ormai più che chiarite. Da parte nostra, e solo per contribuire ad una più ampia e precisa comprensione del suo pensiero, abbiamo ritenuto opportuno selezionare e proporre una serie di eloquenti riferimenti, tratti dai suoi scritti.

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FINALITÀ OCCULTE DEL RITO NELL’ERMETISMO MAGICO di Aurhelios

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Finalità occulte del rito nell’ermetismo magico, di Aurhelios

(Tratto da “Elixir n° 7 – Edizioni Rebis)

Il Rito: parola densa di significati che evoca immediatamente scenari avulsi dalle attuali apparenze di una dominante realtà, al cui suono affiorano immediati richiami a un passato recondito, a simboli e reminescenze di un immaginario ancestrale eppure sempre profondamente presente nel tessuto spirituale dell’uomo. E’ facile correre col pensiero a segrete cerimonie medievali, compiute nottetempo in luoghi appartati, nelle campagne o in antri oscuri e vetusti, illuminati dalla fiamma incerta e tremolante di torce e candele. Potremmo figurarci al centro della scena, all’interno del cerchio magico, il classico mago, altero, imponente, immerso nella propria veste rituale e avvolto dai fumi degli incensi che salgono lenti e sinuosi dai bracieri, contornato dagli strumenti dell’Arte: la spada, il pugnale, la bacchetta, i talismani, le pergamene e…l’indispensabile libro del comando. La lama della spada, brandita dalla mano del magista, sembra animarsi al luccichio delle ondeggianti lingue di fuoco che riflette, mentre i rapidi movimenti delle ampie maniche della tunica irrompono in quelle lente colonne di fumo, creando strane volute, evanescenti spirali, arabeschi danzanti…I suoni sono quelli di un silenzio irreale, interrotto soltanto dal timbro ritmato e incalzante della voce del mago che recita strane litanie in latino, invocazioni scandite da fonemi astrusi e seguite da antichi salmi, o carmi, e nomi di potenza pronunciati con tono solenne e severo. E infine, di nuovo il buio, splendente di luci diafane; e ancora il silenzio, carico di presenze invisibili e dialoghi che non hanno bisogno di parole.

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DELLA CASTITÀ NELL’ERMETISMO di Amrar

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Il sentiero di Luce

DELLA CASTITÀ NELL’ERMETISMO di Amrar

(Tratto da “Elixir” n° 4 – Edizioni Rebis)

Nel nostro periplo, a tratti alquanto ‘eretico’ rispetto ai cosiddetti canoni accademici, nei mari ostici dell’arcipelago ermetico, approdiamo questa volta nell’isola oscura e controversa, ma mai così attuale, della castità. Sbarco oltremodo ostacolato da scogli insidiosi che hanno visto naufragare nel corso del tempo le tante aspettative, le buone intenzioni, l’equilibrio e il buonsenso di tanti navigatori dei mari occulti.

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L'Essere-Sintesi: L'Opera umana di Anna Bellon

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Ogni respiro, ogni battito di cuore; ogni giorno e ogni notte; ogni ciclo di luna e di sole, adombrano la stessa Legge.
L’eterna onda di crescita e decrescita, di vita e morte, è presente in ogni dove: l’uomo inspira, e aria e spirito vitale nutrono il suo essere. L’uomo espira dopo aver trasformato in se stesso ciò che giunge dall’esterno, e restituisce al mondo ciò che per lui sono scorie, affinché il mondo stesso le trasformi nuovamente, in eterno ciclo vitale. Così è per la nutrizione, per l’acqua che evapora e diventa pioggia, per le carcasse che rientrano nel ciclo organico e nutrono la terra.
L’uomo dorme e rigenera la mente e il corpo; quindi si sveglia, vive e agisce.
Nient’altro che stati di sonno e di veglia sono la vita e la morte.
Poca cosa sono le parole che tentano di svelare l’inspirazione ed espirazione del cosmo in tutte le cose: quando questa consapevolezza appare, essa è simile a una visione immateriale, l’improvvisa percezione di un tenue filo – Spirito vitale – che lega ogni essere nella sottile Legge dell’analogia sintetica. Sintesi è, infatti, questo possente e sottilissimo spirito che tutto compenetra, che emerge e si mostra nell’eterno respiro dell’Essere-Universo, Uno e molteplice. In ogni luogo, allora, l’occhio della Mente potrà percepire l’eterna e simultanea azione di forze contrarie di generazione, accrescimento, declino e distruzione.
Dinnanzi a questa visione che dispiega le sue ali in cielo e in terra, l’uomo può fermarsi – estasiato – alla contemplazione, oppure proseguire, dopo attenta riflessione, nella terra di Nessuno.
Egli stesso, infatti, è parte ed incarna a sua insaputa la grande Legge Armonica del “solve et coagula”, ma il portarla a consapevolezza implica incarnare la stessa azione perpetua dello Spirito Vitale e quindi, per analogia, identificarsi con lo Spirito stesso.
È dato, all’uomo, di compiere un tale balzo in avanti nella sua evoluzione?
L’aspirante, molto prima di raggiungere la visione sintetica qui descritta, compie un atto che potrei definire eroico: egli osa, non perché già sappia, ma per conquistare la possibilità di “essere”. Non ha prove, all’inizio, né trova alcuno che possa dargliele, sull’esistenza e realtà di tale possibilità: ben presto egli comprende che la prova non si dà, ma si conquista da sé e per sé.
È per questa ragione che il Fuoco si considera innato, che si dice che “la magia non è per tutti”: di fronte all’ignoto, l’unica cosa che può sospingere in avanti l’aspirante è una spinta del suo Essere.
Allo stesso modo, mano a mano che l’Essere-Legge si spoglia dei suoi veli all’occhio della Mente, il Fuoco di chi osa può, ad un certo grado, sentirsi appagato e fermare la lenta corsa dell’evoluzione umana, oppure sentire l’esigenza intima di proseguire e trasformarsi ulteriormente.
Di fronte alla Visione Sintetica del mondo, raggiunta attraverso una lunga e lenta purificazione dell’essere, l’uomo si trova dinnanzi alla Grande Rinuncia, che Don Juan e i suoi seguaci amavano chiamare “perdita della forma umana”.
Per un essere umano, infatti, entrare consapevolmente e per gradi nella vita dell’Essere-Sintesi significa anzitutto Morte. Questa Morte è spesso descritta da testi più o meno religiosi, più o meno esoterici, e il simbolo più vicino alla sua vera essenza è la crocifissione di Gesù di Nazareth, affinché la sua morte partorisse Cristo risorto.
Le umiliazioni che Gesù subisce sulla croce (e nella strada sul Calvario) rendono l’idea di ciò che accade nell’essere umano: il dubbio e la disperazione nel suo grido – “Padre, Padre, perché mi hai abbandonato?” – rispecchiano lo stato di negritudine dell’animo, spaventato e sofferente, che assiste al crollo del suo mondo, che si allontana in volontario esilio – non fisico, ma un esilio nella partecipazione emotiva alla sua vita! – da tutto ciò che amava e da se stesso. Il crollo delle illusioni e delle false certezze non risparmia nulla, e nell’intimo di colui che ha osato si fa notte.
La prima, grande prova, lascia quindi l’uomo solo sulla croce, a chiedersi se tutta questa oscurità non sia la sua punizione all’aver troppo osato.
Ma sfogliando le pagine di un libro o parlando con un Fratello in cerca di consolazione, egli troverà sempre queste stesse parole: rallegrati, quando vedi il Nero.

“Qualcuno vola via, io volo via da voi, o uomini.
Io non sono della terra, io sono per il cielo;
o tu, Neter della mia terra, il mio Ka è con te,
poiché io ho volato in alto nel cielo come un airone,
io ho baciato il cielo come un falco,
io ho raggiunto il cielo come una locusta che nasconde il sole.”
[Testi delle Piramidi, 467 §890-892]

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