Giuliano Kremmerz

La Tradizione Hermetica

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(Memorie e appunti)

Oggi primo Gennaio 1899 mi decido a consegnare a questo scartafaccio la descrizione metodica e particolareggiata dei fenomeni straordinari che avvennero e avvengono giornalmente intorno a me. Essi rappresentano la prova di fatto più convincente della esistenza di forze non ancora venute nel dominio della scienza officiale. Nihil novi sub sole, e nella storia sacra e profana di tutt’i popoli e di tutt’i secoli si trovano copiosi fatti del genere di quelli che narrerò. Non intendo dunque di scrivere cose nuove, porto solamente una modesta piccola pietra all’edifizio grandioso dello spiritualismo.

E senza altri preamboli comincio il racconto di misteriosi avvenimenti.

Come principiarono i fenomeni

Una sera, nello svestirmi per mettermi a letto, percepii, nel grande silenzio che regnava nella mia abitazione, dei rumori quasi impercettibili, che attribuii a notturni lavori di qualche topolino. Per diverse notti, sempre nel momento di andare a letto, si ripetettero ugualmente senza che nessuno della mia famiglia avesse il menomo sentore di essi. Passarono così diversi giorni, poi quel discreto rosicchio andò man mano accentuandosi fino al punto di rendersi sensibile a tutta la famiglia, e non tardò a cangiarsi in un rumore ben determinato che giunse in breve a produrci tale molestia con la sua persistenza da non farci più chiudere occhi.

Questo fatto portò lo sgomento fra tutti noi. Non sapevamo a quale causa attribuirlo. Ci fu la caccia al topolino, al ratto; poi i rumori raggiunsero tale intensità da non potersi attribuire se non a più grossi mammiferi.

La causa occulta dei rumori si manifesta per uno spirito

Una sera di quell’anno 1893, quando eravamo già tutti in letto, i soliti rumori si organizzarono in modo affatto nuovo, assunsero varie gradazioni e toni differenti; si disciplinarono direi quasi sotto la direzione d’una volontà, e, con la nostra più grande maraviglia, venne fuori un motivo musicale che fu quello della canzonetta popolare: «Mastro Raffaele».[1]

Da quella notte non ci furono più che canzonette, ballabili, pezzi di musica d’opera eseguiti con mirabile precisione, come potrebbesi fare col battere delle dita sulla pelle tesa d’un tamburo.

Allora domandai: ― Chi sei tu? Sei uno spirito?

Fu risposto immediatamente con due colpi consecutivi.

― Così non capisco bene, ripresi, con quale segno deve intendersi il .

― Fu risposto con i medesimi due colpi bene accentuati.

― E pel No?

― Furono eseguiti dei rumori striscianti.

Stabilito il e il No, tutte le lettere dell’alfabeto ebbero pure il loro numero di colpi convenzionali.

Così fu rotto il ghiaccio e cominciarono le conversazioni con l’Invisibile.

Lo spirito narra la sua storia

«Io era orfano di genitori e convivevo con una mia sorella maritata. All’età di sei anni appena morii di veleno propinatomi da mio cognato, il quale volle impadronirsi della parte dei beni a me spettante. Morì pure la sorella mia. Il delitto restò avvolto nel mistero e l’assassino si trova ora in America».

Chiamavasi Giovanni; il cognome mi è stato sempre occultato; in tutti i suoi discorsi ostentava sentimenti religiosi e si mostrava appassionato della casa di Savoia e di Garibaldi. Dicevasi attaccatissimo alla mia persona e dirigevami talvolta parole ed espressioni molto affettuose. Però spesso cadeva in un linguaggio volgare, in parole sconvenienti e faceva rumori assordanti per non farci dormire. Bisognava allora agire con grande prudenza, e con le buone giungevo a farlo zittire.

I nostri buoni rapporti si alterano

Una sera redarguii i miei due figlioli per non so quale causa e Giovanni con i soliti colpi accennò di voler parlare e sempre col solito metodo improvvisò una lunga filastrocca in loro favore, tacciando me di troppa severità.

Un poco indispettito, un poco ridendomela sotto i baffi risposi per le rime, dicendogli ch’egli era un intrigante e che in casa mia non tolleravo nessuna specie di factotum; a me solo incombeva l’educazione dei miei figli.

Egli rispose: «Signore, sappiate ch’io non sono né un intrigante, né un factotum. A rivederci».

*

Un’altra volta pure prese il broncio, non ricordo bene per quale ragione, e stette tre sere senza farsi sentire. Alla quarta sera cominciarono i soliti rumori annunzianti sempre la sua venuta.

― Sei tu Giovannino? domandai.

― No.

― E chi sei dunque?

― Antonio.

― Chi Antonio?

Allora il nuovo arrivato narrò di aver esercitato il mestiere di fornaio ed essere stato nell’ergastolo per aver ucciso la figlia.

― Vieni con piacere in casa mia?

― No.

― E perché ci vieni, chi ti ha pregato?

― Son comandato.

― Ma dimmi, sei tu un cattivo spirito?

― Sì.

― Esci dunque di casa mia, gridai, te lo comando in nome di Dio!

Non appena pronunziate queste parole, tremo ancora nel raccontarlo, sentimmo nella camera un fischio tremendo e prolungato che andò man mano dileguandosi per le altre stanze. Poi, dopo un profondo silenzio, altri rumori debolissimi.

Terrorizzato, con la fronte umettata di freddo sudore, ripetetti:

― Sei ancora qui, in nome di Dio esci di casa mia!

Un secondo fischio, ma più debole del primo, si fece sentire, poi tutto ritornò in silenzio.

Mi si fa una proposta.

Dopo parecchie sere di assenza, eccoti di bel nuovo Giovannino, che tutto umile e contrito si annunzia con discreti rumori.

Suonò poi a varie riprese l’Inno Reale, quello di Garibaldi, imitò la sega che stride, la pialla che striscia, le detonazioni d’un fuoco d’artificio. Fu educato e compiacente, infine fu conchiusa la pace e non si parlò più del passato.

Una notte, dopo i complimenti di rito, disse ad un tratto:

― Comparisco?

Confesso che questa domanda scaricatami così a bruciapelo mi scombussolò alquanto.

― Amico mio, risposi, mia moglie, come vedi, è sofferente; i miei figliuoli sono timidi all’eccesso, anche io… ho un certo reuma, se ti pare, se ne parlerà un’altra volta, anzi io stesso te lo dirò.

Avendomi in seguito per più sere fatta la medesima esibizione, io una notte seccato gli dissi:

― Comparisci!

Egli mi rispose:

― Se comparisco avrai paura.

― Allora, non comparire ― soggiungo.

Non se ne parlò più.

*

Una bella sera, una mia cognata, venuta a passare qualche giorno con noi, e ch’era perfettamente ignara delle strane avventure di casa mia, nell’entrare senza lume in una stanza del mio appartamento vide un bel ragazzetto che le veniva incontro. Sapendo di non esserci bambini in casa non fu poco spaventata, scappò e ne parlò a mia moglie, la quale la rassicurò dicendole di essere stata vittima di una allucinazione.

*

Seguitarono le visite di Giovannino, ma sempre più di rado, fino al 24 aprile 1898, epoca in cui passai alla novella abitazione al Vico lungo Trinità degli Spagnoli n. 28.

Prima di sloggiare egli dissemi che gli era vietato di poter venire nella nuova casa e che ritornava nello spazio.

Però, nella nuova casa che abito, verso maggio 1898 è venuto per due volte ancora, annunziandosi con leggieri colpi e con alcune battute dell’Inno Reale, ma senza più appiccare discorsi.

Straordinarie avventure di una tabacchiera.

Si era nell’estate del 1897, nel dopo pranzo soleva sdraiarmi in una sedia a bracciuoli, accosto ad un ampio balcone. In quella comoda positura, talora leggendo qualche giornale, talaltra lasciando errare il mio sguardo sul bell’orizzonte e nel giardino a me sottoposto, passavo qualche ora tranquillamente. Al mio fianco sinistro ponevo l’indivisibile compagna di tutt’i giorni, di tutte le ore della mia vita: una tabacchiera di corno di bufalo nero, bella e lucente, sempre ripiena di ottimo leccese di scatola.

Quella sera erano circa le 8 ore p. m. quando, per l’aria fattasi scura, dovetti cessare la mia lettura. Levatomi da sedere accesi un lume e ritornai alla sedia per riprendere la mia tabacchiera e il fazzoletto. Con mia grande sorpresa questo trovo al posto suo e quella no!

Comincio allora, col lume in mano, lunghe e pazienti ricerche sopra tutte le sedie, sopra tutt’i mobili, sul pavimento, in tutt’i più remoti ripostigli di quella stanza. Ma invano. La tabacchiera era proprio sparita. Posi l’animo in pace e per quella sera mi servii di un’altra scatola da tabacco che tenevo in riserva.

L’indomani la mia domestica spazzò e rassettò la stanza come al solito. Se la tabacchiera si fosse trovata in qualche punto della stanza ella non avrebbe mancato di consegnarla a mia moglie.

Nel dopo pranzo, come al solito, mi sdraio nella poltrona. Oscuratasi l’aria, mi alzai, accesi il lume. In quel momento preciso (anche alle ore 8 p. m.) subii come un impulso di guardare sulla poltrona e veggo, con maraviglia, la mia tabacchiera, proprio al centro del cuscino, dove pochi momenti prima era seduto!

Tanto nel primo, quanto nel secondo giorno in casa eravamo io e mia moglie, perché i miei due figli, in quell’ora, erano sempre fuori di casa, come pure la domestica.

*

Un’altra volta, in condizioni diverse dalla precedente mi fu rapito il medesimo oggetto e lo ritrovai sulla gabbia del canarino.

Sparì una terza volta e lo rinvenni presso una lampada accesa davanti ad un’immagine sacra.

Questa volta nel riprendere la mia diletta tabacchiera, mi accorsi ch’era d’una temperatura piuttosto tiepida e dicevo a mia moglie, ch’era presente alla scena: ― Guarda com’è calda!

Un sonoro sberleffo di quelli che comunemente, in Napoli, si chiamano vernacchi scrosciò impertinentemente nella stanza attigua. Guardai mia moglie, che rideva sgangheratamente, e, tra la mortificazione e la maraviglia, annasai una presa di tabacco!

Altri giuochi di bussolotti.

Una sera, nel prendere un paio di mutande riposte nel fodero d’una colonnetta, trovai nove pezzi da 10 centesimi. Non palesai la cosa a chicchessia. Durante la notte mi svegliai e volli accertarmi se i soldi si trovassero sempre a posto. Erano sempre lì.

Ecco un esperimento che mi va a sangue, pensai. Purché il fenomeno duri per un pezzo e si accentui, beninteso!

Chiusi il tiretto e mi ricacciai sotto le coltri… Ma dopo mature riflessioni pensai d’impadronirmi delle monete. Così feci, ma, o delusione!, non trovai più nulla. Erano spariti!!!

Le fate della leggenda almeno ponevano nel posto del danaro un mucchio di foglie secche o di ciottoline. Nel caso mio non si ebbe neppure questa elementare cortesia.

*

Un giorno, una bottiglia di cristallo da un litro piena di acqua, in un baleno, mi si crepò nella mano destra, restandomi tra le dita il solo collo. Istintivamente guardai subito i miei calzoni e le mie scarpe, credendo d’essermi bagnato per bene; ma neppure una goccia dell’acqua, che s’era sparsa in tutte le direzioni, aveva toccata la mia persona.

*

Mia moglie possedeva un oggetto a lei oltremodo caro: era la fotografia di un bambino, a nome Roberto, morto all’età di dieci mesi. Questa fotografia, insieme a moltissime altre, figurava in un grande scudo di velluto bleu.

Un giorno il ritratto del caro bambino scomparve. La povera madre, molto addolorata del fatto, tolse ad una ad una tutte le fotografie dallo scudo senza trovare quella desiderata. Nel dopo pranzo fu ripetuta la ricerca, sempre con esito infruttuoso.

Venne la notte. Mentre eravamo tutti coricati eccoti lo spirito.

― Toc… Toc… Toc…

― Sei tu Giovannino?

― Sì.

― Sapresti dirmi dove trovasi il ritratto di Roberto?

― Si trova sullo scudo.

― Sbagli, lì non c’è nulla: abbiamo visto più di cinquanta volte.

― Va a vedere.

― No, mi rincresce di levarmi dal letto, se ne parlerà domani.

― Va.

― T’ho detto non voglio levarmi, fa freddo!

E qui rumori assordanti, colpi da orbo, fracasso indescrivibile perché io fossi andato.

Per tagliar corto, il monellaccio non mi avrebbe più fatto dormire, scendo dal letto, infilo i calzoni, con pazienza da Giobbe, accendo un lume e passo nel salottino. Mi avvicino allo scudo bleu, sollevo la mano per… tutte le fotografie cadono sul pavimento. Una sola resta attaccata al portaritratti; era quella del mio bambino, la fotografia cercata da mia moglie!

*

Era un venerdì dell’estate 1897, nella camera da letto ardeva una lampada dinanzi una immagine statuaria dell’Addolorata. A passo lento andavo su e giù per la camera, meditando e fiutando tratto tratto qualche presa di tabacco. Fui chiamato da mia moglie e da mio figlio Giovanni, che si trovavano al balcone del salottino a godersi la bella serata. Andai ad essi e mi trattenni un poco. Nel rientrare tutti e tre assieme nella camera da letto, vidi innanzi alla lampada un oggetto che a bella prima mi sembrò una pera. Richiamata l’attenzione dei miei ci avvicinammo tutti, ed oh, meraviglia!, era una trottola.

*

Un’altra sera si era tutti a letto e ce la discorrevamo famigliarmente con quell’ospite invisibile di casa mia.

Ad un tratto sentii tra il lenzuolo e le carni qualche cosa che davami molestia. Posi la mano e trovai un pezzettino di carta piegata in quattro con dello scritto. Scesi dal letto, mi avvicinai alla lampada e lessi:

«Caro papà, ti ho contentato; ti ho fatto pigliare un ambo (avea infatti giocato e vinto cinque lire al lotto). Piano, piano ti aiuterò. C… ».

Quel villanzone si firmava con un vocabolo assai poco parlamentare!

Che farci?

Avea però talvolta delle idee molto gentili, come si vedrà dal seguente racconto.

*

Una sera si presenta battendo l’Inno Reale.

― Che c’è, sei allegro?

― Sì.

― Perché?

― Ti ho portato una bella cosa.

― Davvero?

― Sì, alzati e va.

― Dove?

― Salottino, sotto orologio, troverai.

― Che cosa?

― Va.

La curiosità vinse ogni ripugnanza a lasciare le calde piume; mi alzai ed andai a guardare nel posto indicato.

Sotto il piedistallo d’un orologio da mensola si trovavano quattro biscotti all’anice freschissimi e quasi caldi. Meravigliato li presi e ritornai.

Nel penetrare in camera fui accolto dall’Inno Reale battuto con colpi formidabili e rimbombanti.

Ho trovato dei biscotti, dissi, alla mia famiglia, che attendeva con grande curiosità, e, dirigendo la parola all’Incognito, «Grazie tante» aggiunsi.

― Non c’ è di che; mangiateli. ― Fu la risposta.

Distribuii tre dei biscotti a mia moglie ed ai miei figli e conservai il quarto.

― Mangia anche tu.

― No, grazie, lo mangerò domani.

― Mangialo adesso.

― No, mi farei male.

― Sì, con colpi assordanti allo pareti.

Bisognò mangiarlo pro bona pace!

NOTE

1. Tutta la mia famiglia dormiva in una stessa camera, larga metri 5 x 6. La ragione di ciò, perché mia moglie amava avere sotto gli occhi i figli, e perché questi non sapevano dormire in camera appartata.

2. Durante il corso del giorno, mia moglie, stando sola, ha sempre sentito un calpestio, un correre all’intorno di una tavola, rumori degli oggetti di cristallo e porcellana… posti sui mobili, come se si fossero urtati e caduti a terra.

3. Lo spirito si presentava sempre quando tutti eravamo a letto. Se poi il mio primogenito si coricava dopo che gli altri aveano preso sonno, non si presentava. Quando nell’istessa camera da letto dormiva persona estranea, anche parente, lo spirito mai si presentava. Infatti, quando mia suocera, che, durante un paio di mesi passati con noi, dormiva nella istessa nostra camera da letto, perché inferma, lo spirito non si è mai presentato.

4. I rumori prodotti dallo spirito, assordanti che fossero, erano percepiti sempre solamente dalla mia famiglia e non da altri: un mio fratello germano, che dormiva in una stanzetta attigua alla nostra, mai ha avvertito nulla.

5. Avveniva talvolta che le battute di musica eseguite dallo spirito, da alcuni della famiglia erano percepiti e da altri no, e viceversa.

6. S’io parlava alla sordina e a fior di labbra, era benissimo capito dallo spirito, che mi rispondeva adeguatamente.

*

La sera del 6 settembre 1898, stando a letto, con gli occhi chiusi, ma perfettamente sveglio, vidi una magnifica testa, molto somigliante a quella di un Cristo.

Ricordo di averne viste altre prima e dopo il 6 settembre detto, ma non curai di prenderne nota, perché non ci annetteva alcuna importanza, la su detta figura la disegnai perché mi fece grande impressione.

Convinto in seguito che non trattavasi più d’un fenomeno ottico, cominciai a registrare metodicamente tutte le visioni, come rilevasi dal 22 novembre 1898 in poi di queste mie note.

Realtà e non illusione.

Toutes les fois qu’un homme bien portant ou malade voit quelque chose que les autres ne voient pas, si la chose vue est complétement inattendue, on peut être sûr qu’il y a un objet extérieur, invisible pour les non sensitifs mais réel; celui qui voit n’est pas halluciné.

Dr. F. Rozier.

1898 Novembre 22

Alle ore 11 p. m. mi trovo in letto senza dormire, ma con gli occhi socchiusi.

Ad un tratto ho la visione nettissima d’una testa dagli occhi chiusi, vagamente sfumata verso il mento. Le linee di quel viso sono nobili, dignitose; l’intera fisonomia è composta a sovrana mestizia. Pare la testa d’un Cristo deposto dalla Croce. La visione dura parecchi secondi. Apro gli occhi e, richiudendoli, essa ricompare di nuovo e più volte di seguito, sempre però più vaga e indecisa.

In sua vece ho la visione d’un grande occhio di bue, per la durata di pochi secondi, poi tutto finisce.

Sono preso dal sonno.

1898 Novembre 30

Questa notte, verso le 3, durante un temporale che si è scatenato sulla città, ero con gli occhi socchiusi, ma sveglio.

Ho avuto prima la visione quasi istantanea di un occhio umano, poi la figura di una ruota ch’è durata dei secondi, poi altre figure senza forma determinata, ma simili ad ornati.

Ho mentalmente deciso di non vedere altro ed immediatamente ho preso sonno.

1898 Dicembre 8

Alle ore 1 ½ p. m. in piena luce, nel varcare la soglia del vano che mena alla camera da letto, dove mi recava, veggo la figura di un uomo, dai lineamenti maschi e vigorosi, con lunga barba. Questa figura (perfettamente materializzata fino alla cintola, ma decomposta dalla cintola in giù) passa rapidamente a me di fianco, guardandomi fissamente negli occhi. La durata di questa apparizione è di pochissimi secondi.

Alla sera, in letto con gli occhi chiusi, ma sveglio come al solito, veggo prima dei punti luminosi, poi una testa femminile simpaticissima, circondata da una benda come quella d’una monaca. Questa figura andò declinando lentamente lungo una curva e sparì capovolta verso la mia destra.

Vengono poi delle linee tagliantisi ad angoli retti, le quali sono nere su fondo grigio; la durata di queste due figure è di parecchi secondi.

In letto, e come al solito con gli occhi chiusi, ma sveglio, veggo una specie di statua, rappresentante un ragazzo dai 10 agli 11 anni, ignudo, con le parti genitali coverte da un perizoma a fasce di vario colore; sul capo ha parimenti un turbante a fasce variopinte. Questa immagine dura pochissimi secondi. Segue la figura d’un giovane seduto ad un tavolo, in atto di scrivere. Egli è vestito tutto di nero. Il suo viso è pallido, con barba sotto il mento e senza baffi. Figura molto marcata che, sebbene durata pochissimo, mi è restata scolpita in mente.

1898 Dicembre 17

Sempre in letto con gli occhi chiusi, ho la visione di un prete in cotta e con la testa scoverta.

1898 Dicembre 18

Verso le 2 p. m. in piena luce, trovandomi seduto presso un tavolo, occupato nella lettura d’un diario, veggo cadere dall’alto, verso sinistra, qualche cosa di nero, che io credo una penna o un foglio di carta carbonizzato. Sospendo la lettura e guardo sul pavimento, nel punto in cui il qualche cosa in parola è sparito, e, naturalmente, non trovo nulla.

1898 Dicembre 20

Sono un poco nervoso per un dispiacere avuto nel corso del giorno. Verso le 9 ½ di sera, veggo, nell’angolo d’una stanzetta e verso il pavimento, una luce di aspetto fosforescente.

La stanzetta non è completamente al buio, perché riceve la luce da altra camera attigua illuminata.

Nel penetrare nella stanza da letto, illuminata da una fioca lampada da notte, veggo una luce non fissa, ma vagante, con veloce e irregolare moto, come quello d’una farfalla. Questa luce è intermittente: cessa e ripetesi per tre o quattro volte.

Mi pongo in letto. Appena chiusi gli occhi, m’appare una testa simile a quelle d’una foca, con denti sporgenti e contorti. Gli occhi sono tondi, rossastri con grossa e vivace pupilla nera.

Segue poi la figura d’un piccolo cane barbone, ma non ha l’aspetto vivente; sembra piuttosto un cane da giocattolo.

l898 Dicembre 25

Di sera, nella stanza da letto debolmente illuminata, veggo dei punti brillantissimi come stelle. In altra stanza veggo pure dei punti luminosi in forma allungata.

In letto, poi, ho visto l’entrata d’una grotta, illuminata da debole luce rossastra: sotto quelle pareti si vedono due pecore, scomparse le quali, mi apparivano alcuni contadini che, con le spalle rivolte a me, sedevano intorno un desco.

1898 Dicembre 26

Questa sera, sempre in letto con gli occhi chiusi, veggo una testa di civetta, poi visi grotteschi, come maschere da fontane o dorsi femminei dalle linee artistiche.

Tutto ciò di breve durata.

1898 Dicembre 28

Di sera, nell’entrare in una stanza, veggo una luce bianca scialba, che si eleva da una piccola scrivania.

Questa luce poteva occupare una superficie di cent. 50 x 50 tutta frastagliata all’ingiro. Mi avvicino lentamente ad essa, che persiste sempre, e solo quando mi trovo a pochi passi di lontananza essa svanisce come un baleno.

Andato a letto, e appena chiusi gli occhi, veggo dei ramoscelli, alcuni di quercia, altri di noce.

Poi, dietro una massa informe e nera, scaturisce una luce che si condensa in un disco di un centimetro e ½ di diametro fulgentissimo come una stella e tutto circondato da un’aureola di raggi.

Dopo qualche ora di sonno mi sveglio. Durante l’insonnia penosissima, veggo ad un tratto un braccio maschile non ignudo, di grandezza naturale e molto muscoloso, che si abbassa rapidamente in cerca di qualche cosa, e s’innalza poi stringendo pel collo una bottiglia di lucentissimo cristallo con entro dell’acqua limpidissima. Questo braccio resta immoto e teso per qualche tempo.

Veggo la testa di un moro, poi quella d’una mulatta, con grande massa di capelli alle tempie, la quale mi mostra la lingua; poi un giocattolo in forma di sciabola e finalmente un vecchio e grosso frate, gobbo e col cappuccio tirato sul capo.

Si chiude la serie fantasmagorica e, come Dio vuole, prendo sonno.

1898 Dicembre 29

In letto, con gli occhi, chiusi, veggo la seguente figura come forma e grandezza:

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1898 Dicembre 30

Sempre in letto con gli occhi chiusi, ma sveglio, veggo la testa d’un leone. La faccia rivolta verso di me è dorata e risplendente, per effetto d’una luce veniente dall’alto. Segue la testa d’un cane da pastori e poi quella d’una pecora, in modo che l’una viene successivamente a nascondere la metà dell’altra; svanisce prima la testa del leone, poi quella del cane ed in ultimo quella della pecora.

1899 Gennaio 1

Nelle prime ore della sera trovandomi a letto, perché reumatizzato, veggo la figura splendente di una luce.

Il punto centrale è di un bel nero sfavillante, superiore per tinta all’oscurità che l’avvolge; i raggi che lo circondano sono fiocamente luminosi. Durata dell’apparizione quasi un minuto primo.

Dopo molto tempo vedo un altro circolo luminoso con molte strie nere.

Questa figura dura più di un minuto primo. Le estremità a destra e a sinistra si perdono nel buio.

1899 Gennaio 5

In letto, appena chiusi gli occhi, veggo dei movimenti di luce e di ombre, poi un grande occhio umano. Subentra la seguente scena: un cielo minaccioso attraversato da nere masse di nuvole, che talora velano, talaltra lasciano rifulgere una luna nella sua fase massima.

Poi ho visto la parete alla quale si appoggia la testa del mio letto, proiettata interamente, come in uno specchio, in quella opposta, di fronte a me, con tutti i suoi quadri, il crocifisso, e la spalliera del letto nel quale io stavo.

Ho visto pure una piccola testa grottesca con gli occhi chiusi.

Poi una giovane donna seduta con la testa coverta da bende.

1899 Gennaio 6

Sempre in letto con gli occhi chiusi.

Dopo un movimento di luce veggo 7 o 8 donne del popolo che vengono dalla destra, parlando e gesticolando animatamente tra loro e si disperdono verso sinistra. Scena maravigliosa, palpitante di verità. Solamente le parole non impressionavano il mio udito.

1899 Gennaio 8

In letto con gli occhi chiusi, come al solito, vedo una giovanetta (grandezza naturale) che mangiava con ambo le mani una pasta dolce. Vestiva un abito scozzese.

Poi dei mezzi busti di militari con uniformi straniere.

Infine: di fronte a me, in lontananza, veggo venire un giovane con grossi baffi appuntati, vestito con frak nero. Portava fra le mani un oggetto che pareva un piatto ripieno di cibo. Aveva l’aria d’un cameriere di Restaurant. Giunto a poca distanza da me, mi guardò di sbieco con una strana espressione di occhio, come di paura e sorpresa, e girando verso destra, come se avesse poggiato il tondo, sparì.

Seguì una scena confusa d’una giornata tetra e fredda. Scarso movimento nelle vie, sulle quali si vedeva della neve.

Attirò la mia attenzione una giovane sartina con lungo mantello verde orlato di pelliccia.

Un uomo d’alta statura dai lineamenti vigorosi e con grossi baffi. Indossava un lungo pastrano nero e cappello morbido. Vennemi di fronte, con le mani sprofondate nelle saccocce e mi guardò fissamente. Passò a destra e si dileguò.

1899 Gennaio 15

A letto, sempre con gli occhi chiusi, veggo il mezzo busto del Re di Italia Vittorio Emanuele II.

1899 detto 20

In letto, come sopra, vedo in una profonda oscurità un punto luminosissimo e brillante come la stella Venere. Questa visione dura diversi minuti primi.

1899 Gennaio 21

A letto e con gli occhi chiusi come sempre, veggo per diversi secondi la testa d’una vecchia, con la mano destra si soffia e si asciuga il naso con un fazzoletto bianco, orlato di un merletto giallognolo, largo da cent. 3 a 4.

26 detto

In letto e come sopra, vedo:

Prima un giovane all’impiedi, curvato in avanti, il quale con l’unghia dell’indice della mano destra gratta su di un abito nero, poggiato alla spalliera d’una sedia, e poscia con una spazzola lo pulisce.

Poi, una vecchia che tiene nella mano sinistra un tondino con entro tre frutta, ch’io non posso discernere bene se fossero fichi d’India o ananas, e con le dita della mano destra raccoglie frettolosamente dal tondino dei pezzettini di detta frutta e li mette in bocca, mangiandoli con grande avidità.

Queste due figure sono in forma di medaglioni; non chiare, ma velate come da una nebbia.

27 detto

A letto come sopra, vedo per pochi secondi un giovane, che da sinistra va verso destra, trasversalmente.

Egli è di carnagione molto bruna e non brutto. Indossa calzoni e corpetto a maglia, bianchi, aderenti al corpo.

Il corpetto è scollacciato e con maniche fino a metà braccio.

1899 Gennaio 29

Verso le ore 5 p. m. circa due ore dopo pranzo, mi seggo ad una sedia, accanto ad un balcone, immerso in una profonda noia e rilassatezza. Poco dopo son preso da un dolce assopimento e, chiusi gli occhi, vedo, come fra nuvole, un mezzo busto del Padre Eterno, come ordinariamente viene presentato, ma senza il triangolo, circondato da un’aureola di un rosso giallastro, sbiadito. Mi fisso per meglio distinguerlo uscendo dall’assopimento, sempre però con gli occhi chiusi, ma sparisce.

Apro gli occhi e cerco di vincere, come vinco, quella sonnolenza.

1899 Febbraio 3

In letto, con gli occhi chiusi, vedo una giovane popolana, dalla testa ai ginocchi. Era in terza posizione, col volto rivolto a me. Avea un largo fazzoletto bianco sulle spalle, incrocicchiato sul petto. L’assieme era velato. L’immagine durò più secondi.

Poscia vidi la figura di un triangolo in mezzo ad un cuore con l’apice in su.

Il triangolo centrale era luminoso.

5 detto

A letto, come sopra, vedo la testa di una giovane, di profilo e sino al collo, senza cappello e con molti capelli neri ben pettinati. Il volto è serio, signorile, simpaticissimo.[2]

Poi vedo una testolina di donna graziosa. Questa testa, della grandezza di un’arancia, ha un cappellino aperto e con i suoi begli occhi neri e con la bocca sorridente mi fa moine: ha tutta l’aria d’una civettuola. La fisonomia di questa visione ha cambiato due volte, come pure la foggia del cappello; ma nelle sue linee generali è rimasta sempre la stessa fino all’apparizione dello scheletro di un ventaglio. Le bacchette del quale, mobili, spiegavansi ora da destra, ora da sinistra, ma con movimento diverso da quello d’un ventaglio.

Verso l’alba, tra veglia o sonno, vedo l’intera figura di un uomo appoggiato ad un bastone. Egli ha la testa fasciata da panni bianchi, è ignudo e scalzo, di carnagione bruna coverta da fitta lebbra, Mi sembra Lazzaro. Lo guardo fissamente per accertarmi della individualità di Lazzaro, ma l’immagine dileguasi.

Apro gli occhi.

1899 Febbraio 6

In letto, con gli occhi chiusi, veggo sopra un fondo oscuro una forma umana con le braccia e le gambe aperte. In questa apparizione non vedesi che il semplice contorno delle membra umane, niuna traccia del dettaglio.

1899 Febbraio 9

Nel corso della notte mi sveglio e, stando con gli occhi chiusi, vedo la figura di diversi cerchi concentrici:

La parte centrale è nera. Il primo cerchio è grigio carico; il secondo è meno nero del centro; il terzo cerchio è d’un grigio meno carico del primo.

Il diametro della parte centrale è di circa centimetri 40.

10 detto

A letto con gli occhi chiusi, vedo una giovane donnina in balcone, la quale, coi gomiti poggiati sulla ringhiera di ferro, sostiene sul naso, con ambo le mani, un occhiale un po’ grandicello; guarda sulla via, le guance sono imbellettate d’un rosso carminio. Mi sembra una maschera.

Dopo minuti primi, vedo una metà della testa d’un Cristo (Ecce homo) tagliata trasversalmente; l’intera corona di spine, la fronte e la guancia con l’occhio sinistro. Cerco di vederla bene e per intera; essa svanisce ed è sostituita, però vagamente, dalla testa apparsami nella notte del 22 novembre 1898.

Mi addormento.

1899 Febbraio 11

A letto con gli occhi chiusi vedo una stella opaca come un cristallo e quasi immobile. Dietro ad essa altre simili, le quali o le girano dintorno o le passano da sinistra a destra, e viceversa; di rado qualcuna le passa dinnanzi, senza renderla interamente invisibile agli occhi miei.

La prima ha la grandezza di circa centimetri 14, le altre poco meno; tutte hanno l’istessa forma, come rettangolare.

Mi addormento.

12 detto

Alle 6 p. m. (l’aria è oscura abbastanza) mentre seduto con le spalle alla mia piccola scrivania converso con una zia di mia moglie e con un’amica di famiglia, ad un tratto vedo sul pavimento, a circa mezzo metro distante dall’angolo di rincontro a me, una quasi tonda o gonfia luce bianca, come un mucchio di biancheria, oscillante in senso sussultorio. Continuo a conversare e a guardarla. Dopo una diecina di minuti fo accendere il lume, essa sparisce.

A letto, come al solito, con gli occhi chiusi, riposando sul fianco destro, vedo:

1. La figura di un arco di cerchio su fondo grigio biancastro.

2. Un tergo femminile, dalla cintola ai ginocchi, e sull’osso sacro uno scudo, su cui sono, come disegnati, gli occhi, il naso e la bocca; sembra un mascherino.

3. Un uomo, che mi passa da destra a sinistra, trasversalmente.[3] Egli è alto, dell’età dai 60 ai 70 anni, senza cappello, con pastrano di colore simile a quello dei monaci pasqualini. Lo riconosco subito: è una brava persona da me conosciuta verso il 1860-62, ora defunto. Avea una privativa di tabacchi in Via Toledo (ora Via Roma). Allora poteva contare l’età su detta, e vestiva perfettamente come ora lo vedo.[4]

Piglio sonno.

1899 Febbraio 17

A letto con gli occhi chiusi, vedo la stessa testa apparsami la sera del 22 novembre 1898 e del 10 corrente mese, ma questa volta quasi a grandezza naturale, e, poiché mi è molto vicino, non vedo il mento e il labbro inferiore. La fisonomia è perfettamente identica a quelle precedenti.

Poi vedo un tavolo stretto e lungo, al lato destro del quale siedono diversi giovani. Il primo di essi è sdraiato con la gamba sinistra poggiata sulla destra; ha cappello nero sul capo e lente al solo occhio destro. Egli mi guarda e sorride. Ha tutta l’aria d’un cicisbeo, d’un giovane galante: mi desta un’impressione spiacevole.[5]

Piglio sonno.

1899 Febbraio 19

A letto con gli occhi chiusi, vedo un giovane, di prospetto, che sta a cavalcioni d’una sedia e con le braccia poggiate sulla spalliera. Egli non è brutto, ha berretto da fantino color di paglia. Ha l’aria d’uno zerbinotto.

Mi addormento.

20 detto

A letto con gli occhi chiusi, vedo la parte superiore d’un mobile, detto cassettone, su cui stanno un grosso vaso, che non distinguo bene, e tre quadri della grandezza di circa centimetri 22 x 31 con cornicetta dorata. I tre quadri poggiati sul mobile sono inclinati addossati all’intorno del vaso. Quello che mi è di prospetto rappresenta S. Antonio di Padova.

In casa non v’è quadro con effigie di tale santo.

21 detto

A letto con gli occhi chiusi, vedo una luce bianca e fissa, la quale prima ha una forma tonda del diametro di circa centimetri 15, poi piglia quello a spira. Fa rivoluzione in giro, movendo per tre a quattro volte dalla circonferenza, corre con velocità, non su di un piano, ma a guisa d’imbuto, verso il centro, nel quale, giunta, mi appare un occhio umano.

Poi vedo un edifizio a mo’ di castello e di caserma illuminato da una scialba luce di luna. Non discerno bene se sia il Castello Nuovo o la Caserma a S. Carlo all’Arena, in Napoli.

1899 Febbraio 23

Alle ore 7 ½ di sera, circa due ore dopo pranzo, accosto ad un tavolo, su cui è acceso un lume a petrolio, stiamo: mia moglie che lavora, il mio secondo figliolo che studia, ed io che, poggiato col gomito del braccio sinistro sulla tavola, sostengo con la mano il capo. Stanco per una giornata laboriosa e conciliato pel silenzio che mi circonda, chiudo gli occhi, ma sveglio, vedo la figura di un arco di cerchio con la parte inferiore dentellata. Apro gli occhi e poi li chiudo di nuovo, si ripete la stessa figura. Nuovamente li riapro e li richiudo, ma non vedo altro se non quella luce che tutti possono vedere, stando con gli occhi chiusi vicino ad un lume acceso.

La parte dentellata è di un forte nero; il fondo d’una luce comune.

1899 Febbraio 25

A letto con gli occhi chiusi, come sempre, vedo, dopo parecchie e piccole cose informi, talvolta frammischiate a punti di luce rossa, una mezza croce. Una luce d’un rosso fuoco, che la circonda verso sopra, è più carica e più viva negli angoli superiori.

L’intera visione svanisce, scendendo giù dolcemente, e dura pochi minuti.

Immediatamente m’addormento.

1899 Marzo 1

Questa sera, sempre che mi capita di attraversare qualche camera della mia abitazione non illuminata, veggo fra le tenebre delle macchie di luce di un bianco latteo.

2 detto

Fra veglia e sonno veggo un grande quadro punteggiato e chiazzato.

Il fondo è grigio, i punti sono di color marrone, le figure irregolari nere. Sembrami un parato da camera o un taglio di stoffa, in casa manca e l’uno e l’altro.

Come la visione svanisce, mi sveglio. È giorno, sono le ore sei.

1899 Marzo 3

A letto con gli occhi chiusi ma sveglio, veggo le seguenti tre figure:

  1. Un cerchio molto più nero del fondo. Dura parecchi minuti.
  2. Una croce molto più nera del fondo. Dura meno della prima.
  3. Un cerchio attraversato da un bastone; è molto più nero del fondo. Dura meno della seconda.

1899 Marzo 4

A letto, con gli occhi chiusi vedo:

1. Un punto luminoso risplendente.

2. Una figura litografica rappresentante un diruto paese con un castello a torri.

3. Un cerchio ovale formato di lumicini risplendenti.

4. Un foglio di carta su cui sonvi disegnati, a colori, diversi blasoni.

5. Una lampada da notte accesa. Essa è di vetro, e più grossa di un bicchiere d’acqua a forma di cubo.

1899 Marzo 5

A letto, come sopra, vedo, dopo molte cose informi, una grande e bella pianta di sempreviva, su di un masso nerissimo. Dietro ad essa una luce rossa e grosse lingue di fuoco guizzanti e sfavillanti come mosse da vento. È spaventevole! Poi tutto s’avvolge e svanisce.

6 detto

A giorno, verso le ore sei, tra veglia e sonno, vedo una stella, come di latta.

7 detto

A letto, con gli occhi chiusi, vedo:

1. Una collinetta a scaglioni coltivata, con bell’erba verdeggiante, senz’alberi.

2. Un pugno d’uomo, che sostiene col dito medio, a mezzo d’un anello, una lanterna non accesa, di cui vedo la sola metà superiore.

3. Un cerchio che circoscrive una croce, del diametro di circa 11 centimetri. Lo scudo è bianco, la croce è nera.

4. Una doppia figura.

Il solo scudo con la croce è durato moltissimi minuti primi.

1899 Marzo 8

A letto, con gli occhi chiusi, riposato sul lato destro, vedo:

1. Di prospetto, la testa di un leone: la sola fronte con gli occhi e il muso.

2. Un volto d’uomo con gli occhi chiusi. Esso è meno grande, e alquanto rassomigliante a quello apparsomi il 22 Novembre 1898 e il 10 Febbraio 1899.

3. Una testa di giovane donna, col viso rivolto verso sinistra. Ha naso profilato, grossa e scinta chioma di capelli gittati trascuratamente all’indietro, covrente l’orecchio.

4. Un uccello della grandezza d’un merlo. Ha il petto bianco, le ali grigie, il collo brizzolato di bianco e di grigio, la testa grigia con ciuffo rosso. Esso col corpo verso destra, guarda all’indietro.

5. Mezzo anello per dito d’uomo, con pietra che non discerno bene. È di metallo, come mi sembra, d’oro.

Questa sera le visioni sono abbondanti. Non ne vedo altre, perché cerco di evitarle con ferma volontà e aprendo spesso gli occhi.

1899 Marzo 9

A letto, con gli occhi chiusi, vedo:

1. Una circonferenza col centro circolare che si trasforma in un piccolo triangolo. Gli scudi sono sempre bianchi, i punti centrali neri.

2. Un busto d’uomo, di prospetto, dal collo alle anche, con camicia e giacca, sbottonata, di grossa tela bruna; sembrami un recluso.

Piglio immediatamente sonno.

11 detto

Al letto, con gli occhi chiusi, riposato sul fianco destro, vedo un volto d’uomo della grandezza naturale, rivolto verso sinistra, simile a quello da me visto la sera dell’8 corrente, però in terza posizione (non di prospetto) e come adagiato, il capo, su più guanciali. L’occhio destro è chiuso, il sinistro e semichiuso e par che mi guardi.

Più volte esso scompare e ricompare, sempre più rimpicciolendosi sino a ridursi alla grandezza di una noce, ora con tutti i due gli occhi chiusi ora col destro chiuso e col sinistro semiaperto.

In una di queste fasi la fisonomia rassomiglia perfettamente a una delle precedenti e, l’ultima volta, se non erro, poiché la durata è come un baleno, vedo il volto con ambo gli occhi aperti, i quali mi lanciano un vivo sguardo.

Dopo pochi minuti primi, senz’altro vedere, mi addormento.

1899 Marzo 14

A letto, con gli occhi chiusi, vedo un volto di giovane donna, quasi di prospetto. Ha guance grassotte e gli occhi chiusi; non è affatto brutta.

La visione dura qualche tempo, poi svanisce e ricompare altre due volte.

Non vedo altro, mi addormento.

15 detto

A letto, con gli occhi chiusi, riposato sul fianco destro, vedo una giovane (rivolta verso sinistra) seduta su di una sedia con le gambe quasi distese. Essa indossa un camice rosso cupo; ha il braccio sinistro abbandonato sulla coscia dell’istesso lato, e la fronte nella palma della mano dell’altro braccio, che è col gomito poggiato su d’un mobile.

La visione è brevissima; immediatamente piglio sonno.

17 detto

A letto, con gli occhi chiusi, come sempre, vedo:

l. Di profilo, un mezzo busto di una vecchia. Ha faccia infossata e naso piuttosto grosso.

2. Di prospetto, un volto d’uomo, tondo e paffuto. Egli mi guarda e ride sgangheratamente con bocca aperta e con due grossi occhi spalancati.

3. Un volto d’uomo, con gli occhi chiusi. Non rassomiglia a quelli precedentemente apparsimi.

4. Una giovane signora, con abito e cappello piuttosto scuri. Essa mi viene di fronte ed ha fra le mani un foglio di carta spiegato, come per farmelo leggere.

Piglio sonno.

1899 Marzo 21

A letto, verso le sei del mattino, con gli occhi chiusi, ma perfettamente svegliato, vedo:

1. Due mezzi anelli metallici che si ingrossano. Il fondo è oscuro, le figure sono bianche come una luce lattea, sono mobili.

2. Un masso nero sferico, su cui una figura bianca, anche sferica, che gira più volte sul masso nero da sinistra verso destra.

M’addormento.

1899 Marzo 22

A letto con gli occhi chiusi, ma sveglio, come sempre vedo la testa di una giovane. Ha gli occhi chiusi e il volto sorridente; non pare che dorma. Tipo signorile e molto molto simpatico! A me sconosciuta.

La visione è durata un bel pezzo. Verso l’ultimo è svanita; è ricomparsa meno grande per scomparire per sempre.

Dopo qualche tempo, senz’altro vedere, piglio sonno.

23 detto

A letto con gli occhi chiusi, ma sveglio, vedo un punto luminoso di un bel verde smeraldo; è per svilupparsi una visione, ma apro gli occhi per nulla vedere.

Richiusi gli occhi, vedo un uomo dai 30 ai 40 anni, di carnagione bruna, seduto su non so dove. Poggia il gomito del braccio sinistro sul ginocchio della gamba dello stesso lato, e la guancia sinistra sulla palma della mano. È rivolto verso di me; ha gli occhi chiusi.

24 detto

È giorno, ore 6 di mattino, a letto, con gli occhi chiusi, sveglio, vedo un occhio umano aperto, di grandezza doppia.

26 Marzo, ore 9 di sera

La mia signora è a letto alquanto indisposta. Io seduto accanto il letto, poggio il capo sulle materasse per rilassatezza e noia. Ho gli occhi chiusi, non dormo, né sono in assopimento. Vedo primo un uccello con becco lungo, quasi simile al pigliamosche, ma di un bel color nero; poi un cerchio formato di molte figure strane e informi, tutte di una luce bianco lattea. Apro gli occhi e, richiusili, veggo una testa con parte del collo, di un uomo sulla cinquantina. È bruno; ha naso piuttosto grosso, occhi chiusi; non ha barba, né baffi. La fisonomia non mi è nuova, ma non riesco a ricordarla. La visione dura qualche tempo. Non vedo altro, sollevo il capo dalle materasse.

27 Marzo 99

A letto con gli occhi chiusi, vedo una testolina di donna, che dura un baleno e immediatamente dopo l’istessa testa apparsami la sera del 2 novembre 1898.

Questa visione svanisce. Apro gli occhi e, guardando involontariamente, nell’oscurità al disotto della coverta, che alzo con la mano sinistra per meglio tirarmela su, rivedo[6] la testa, che dopo pochi secondi svanisce lentamente.

Resto svegliato molto altro tempo senz’altro vedere.

28 Marzo detto

Ore 5 ½ del mattino. A letto, con gli occhi chiusi, vedo molte macchie bianche e vortici di massi neri che mi sembravano ora un cerchio ora un chiodo.

29 Marzo detto

A letto con gli occhi chiusi, vedo di profilo, una testa di uomo e immediatamente dopo quella di una donna. Le teste sono tagliate verticalmente verso la tempia a guisa di maschera.

2 Aprile detto

A letto, nell’assopirmi veggo un occhio umano chiuso. È di grandezza doppia del naturale. Ha parte della fronte e della guancia. Ha molta rassomiglianza alla testa del 22 novembre 98.

Sparita, mi si presentano confusamente molte figure di uomini.

Son preso dal sonno.

7 Aprile detto

A letto con gli occhi chiusi, mi appare un popolano, seguito da molti altri (tipi di rivoltosi), il quale col braccio destro sostiene una bandiera spiegata sulla spalla, e col sinistro, in alto, pare che invitasse gli altri a seguirlo ad andare avanti. Tutti sono di grandezza meno della naturale.

16 Aprile detto

Ore 10 di sera. Nell’entrare nel salottino, vedo sopra una console, alla quale mi dirigo per porre una sveglia, una luce bianco lattea. Con freddezza di animo mi avvicino al mobile e lo guardo fissamente. Dopo qualche minuto primo sparisce di colpo.

La sua grandezza è di circa centimetri 40 x 45.

Il salottino non è illuminato, né riceve luce dalla sala precedente, che neppure è rischiarata da lume. Sulla console è così fitto il buio, durante la luce, che non distinguo gli oggetti che vi sono di sopra.

25 Aprile detto

A letto. Non posso dormire, l’insonnia mi tormenta da più notti! Mi assopisco, finalmente, e vedo la testa con parte del collo di un volatile; ha lungo rostro e penne verdi luccicanti sul capo. Sembrami un capoverde.

Apro gli occhi e, richiusili, mi si presentano molte figure in via di formazione. Tosto spalanco gli occhi per nulla vedere.

Dopo qualche tempo, per grazia del cielo, son preso da leggiero e ininterrotto sonno!!!

26 Aprile detto

Mattino, ore 5 ½. Dopo una penosissima nottata, poltroneggiando nel letto, con gli occhi chiusi, come sempre, veggo una piccolissima testa di donna, di color nero.

Sera. A letto. Preso da un dolce assopimento mi appare una brutta vecchia scapigliata, e con denti sporgenti come zanne; immediatamente poi, di prospetto, un simpaticissimo volto di uomo; ha calvo il capo, alta e larga la fronte, gli occhi chiusi.

Svanita l’apparizione apro gli occhi. Piglio subito sonno e dormo tranquillamente sino all’indomani.

1 Maggio detto

A letto, con gli occhi chiusi, mentre recito un Pater Noster (è mia devozione, coricatomi, rivolgermi all’Eterno con un Pater) veggo un volto con gli occhi chiusi, il quale dopo parecchi secondi sparisce. Appare una seconda volta per svanire subito.

Non rassomiglia al volto del 22 novembre 98.

7 Maggio detto

A letto, con gli occhi chiusi vedo una brutta donna, di mezzana età, che rincorre due bambini. Apro gli occhi per non vedere. Richiusili, mi appare una macchina-locomotiva. Anche questa volta apro gli occhi per nulla vedere.

Entrambe le visioni sono di piccola grandezza.

8 detto

A letto. Nell’assopimento vedo un individuo che si avvicina ad un altro, che sta fermo sulla soglia di un magazzino e, in un attimo, se ne danno di santa ragione!

Sopraggiunge un terzo individuo contro il primo, che, con la testa china sul petto e con le braccia in alto, come per difendersi dalle busse, che piovono sine fine, cerca scappar via dalle mani dei due aggressori.

Giunti a pochi passi da me, il primo cade bocconi in un vuoto, gli altri due gli cadono sopra.

Così finisce la scena, durata pochissimi secondi.

Le figure sono di grandezza inferiore alla naturale.

Ricevo una sgradevole sensazione. Mi addormento.

9 Maggio detto

Sera. Entrando in una stanza oscura, vedo al di sopra della mia fronte delle grosse e sferiche chiazze bianche. Come fo ad alzare il capo per osservarle, esse, con velocità, si alzano per scendere verso le mie spalle, descrivendo delle curve al pari delle stelle cadenti.

Il fenomeno si ripete più volte.

20 Maggio detto

A letto. Come mi assopisco, un volto di uomo, sfumato verso il mento, con gli occhi chiusi.

Ha sul capo, in modo da lasciar vedere tutta intera la fronte, un berretto, di color nero, di forma tra quello dei marinari e il tocco dei giudici.

Il volto non rassomiglia a quello del 22 novembre 98.

O. C.

Poche osservazioni su questa serie di visioni che, per la cor­tesia dell’autore, io ho pubblicato per gli studiosi del Mondo Se­creto, onde imparino a conoscere l’importanza del periodo lungo di incubazione, come si direbbe alla moderna, che prepara lo sviluppo visionale del soggetto.

In questa non breve esposizione le comunicazioni con l’invisibile cominciano con uno di quegli esseri indefiniti ed indefi­nibili con le attuali conoscenze umane e che prendono ora la for­ma di spiriti di morti, ora l’attitudine di piccoli e permalosi pro­tettori di famiglie ed uomini ― indi cominciano e continuano una serie di visioni che non possono ingannare per la loro importanza circostante e diversa delle diverse produzioni di luce come cro­nologicamente l’autore ha esposto. A volte le immagini sono pret­tamente della più bassa zona eterea delle visioni, a volte si han­no tentativi più significanti, di trasportare il soggetto in un modo più completo per quanto più fugace per la rapidità della conce­zione visionale.

Determinano lo stato basso o incipiente visionale ― in quel dormiveglia che precede il sonno ed ha tanti caratteri comuni con le prime fasi del sonno ipnotico ― tutte le visioni incerte o prettamente mondane; acquistano invece maggior valore le vi­sioni di luci, le più complete e quella del 27 marzo 1899.

Come avvengono queste visioni senza meta fissa, senza esser né procurate, né desiderate, né pensate?

Nella più semplice maniera: per l’indipendenza del corpo glorioso o psichico, padro­ne già in quell’organismo fisico di lavorare per suo conto, incoscientemente o riverberando e riproducendo immagini non pas­sate per la via abituale dei sensi.

Questi fatti prenunziano negli uomini e nelle donne che vi van­no soggetti con frequenza, sempre uno stato preparatorio per entrare nel campo delle visioni volontarie o costanti.

La virtù di vedere nella zona bassissima dell’astrale terrena è preziosa solamente quando non si sottrae alla coscienza ed alla volontà dell’individuo che vede, diversamente è una vera e pro­fonda disgrazia perché assume quasi la forma di un’ossessione, e l’individuo cade, senza volerlo, sotto l’imperio di un tormento inaspettato, di vedere quel che non gli interessa di vedere.

Se non che questo stato tormentoso di visioni alternanti precede (come nell’autore di questi fatti inconfutabili) un periodo di per­fezionamento visuale più elevato e lo renderà più progredito.

Forse l’autore non avrà mai il piacere di dirigere a suo libito le visioni della zona astrale bassa o ricca di effluvii terreni ed umani ― ma certamente egli entrerà in una zona di visionalità più ricca nella quale potrà incontrare e comprendere il suo in­visibile protettore ― ed allora benedirà i tormenti che lo hanno preparato a tanto.

L’avviso giovi ai molti che si trovano nell’identico caso e che ricorrono ai bagni freddi o al medico per essere guariti dai do­lori necessari per montare in alto; senza pensare che ai cieli non s’ascende senza soffrire.

G. Kremmerz [7]

 

Testi tratti da Il Mondo Secreto, Anno 1899, Fascicolo 4°, Aprile (ristampa anastatica, Ed. Rebis, Viareggio 1982, vol. II, pp. 167-175); Anno 1899, Fascicolo 5°, Maggio (Rebis, Viareggio 1982, vol. II, pp. 215-223); Anno 1899, Fascicolo 6°, Giugno (Rebis, Viareggio 1982, vol. II, pp. 261-269); Anno 1899, Fascicolo 7°, Luglio (Rebis, Viareggio 1982, vol. II, pp. 323-327).

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[1] [Vincenzo De Meglio, Eco di Napoli, Ricordi, Milano s.d. (ca. 1883), vol. I, pp. 118-120.]

[2] Questa è la prima immagine che mi si presenta con lo sguardo rivolto in senso opposto al mio. Tutte le precedenti immagini erano sempre rivolte verso destra o sinistra, a seconda ch’io riposava sul lato destro o sinistro.

[3] È la seconda immagine che mi si presenta come a nota 5.

[4] Ho la visione di quest’uomo, cui non pensava, anzi non lo ricordava affatto, mentre da più giorni, pensando alle tante visioni, era vivo nell’animo mio il desiderio di vedere l’immagine d’uno dei miei genitori o del caro professore di musica T., ora tutti defunti. Questo mio desiderio, nei scorsi giorni, non è stato tanto persistente per quanto lo è stato quest’oggi nel cuor mio.

[5] È la terza immagine che mi si presenta come a nota 5.

[6] È la prima volta che vedo con occhi aperti una delle tante visioni.

[7] [Questo breve testo conclusivo del Kremmerz ― con lacune, varianti e intitolato Annotazioni del Kremmerz sulle visioni di José D’Angelo ― è presente anche in: La Scienza dei Magi, Roma 1975 (ristampa 2012), vol. 3, pp. 623-624.]