Giuliano Kremmerz

La Tradizione Hermetica

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L'interessante testo che segue è tratto dalla prima importante biografia di Giuliano Kremmerz realizzata dopo la sua morte. Fu redatta negli anni '40 del secolo scorso da Arduino Anglisani, il quale fra innumerevoli difficoltà (mancanza di informazioni precise, ostracismi, omertà e contrasti con gli stessi suoi superiori), riuscì pazientemente a ricomporre molti elementi sconosciuti o inediti della vita e dell'opera del mago di Portici. Il saggio è preceduto da una nota introduttiva di P. L. Pierini R.:

"Non molte le notizie in nostro possesso relative alla breve, ma ricca di particolari, biografia di Arduino Anglisani, l'ermetista kremmerziano che siglava i propri scritti con il parziale anagramma del proprio nome, “Nino D'Anglar"(*). Sappiamo che è stata realizzata nell'immediato dopoguerra e che raccolse giudizi alquanto critici dai superiori dell'Anglisani, in particolare da Benno-Lombardi, che in essa vedevano eccessivamente accentuati lati "troppo umani"(**) del Kremmerz, il che, purtroppo, sortì un effetto deterrente sui propositi dell'Autore, il quale abbandonò sia il progetto di un'eventuale pubblicazione, sia l'intenzione di proseguire nelle proprie indagini. Da allora è circolata in varie versioni dattiloscritte, alcune delle quali assai scorrette o rimaneggiate, sempre a livello più o meno riservato, finché nel 1985 è stata pubblicata dalle Edizioni Rebis.

Possiamo solo aggiungere che l'Anglisani ebbe la fortuna di trovarsi in Bari a diretto contatto con discepoli del maestro e con la stessa famiglia, dai quali attinse una serie di notizie importanti, compresi alcuni dettagli praticamente sconosciuti e materiale inedito tratto da lettere, dal contenuto spesso significativo e rivelatore, indirizzate alla figlia. Dobbiamo solo rammaricarci che l'Anglisani non sia stato incoraggiato nelle proprie ricerche e che gran parte di questa rara raccolta sia andata irrimediabilmente perduta, o venduta, negli anni successivi". [Brano tratto dall'Introduzione-NdC]

Giuliano Kremmerz: l’uomo

Ciro Formisano, noto sotto lo pseudonimo di Dr. Giuliano Kremmerz, nacque a Portici 1'8 aprile 1861. Suo padre era un modesto assistente di opere stradali: carattere gioviale, esuberante di vita, portato per le donne e per il gioco, buon bevitore, nottambulo. I suoi rapporti con la moglie Gaetana Argano — donna intelligente ed assai più giovane di lui — non erano da tempo i migliori, tanto che, pur vivendo sotto lo stesso tetto, menavano vita quasi separata. Ma al 17° anno del loro matrimonio, quando i due coniugi si erano rassegnati alla mancanza di figlioli, venne al mondo Ciro, che riuscì a conciliare i genitori, ed a portare tra essi un po' di serenità e di pace. Compiuti i suoi studi con l'aiuto dello zio materno Ferdinando Argano, ricco imprenditore di lavori pubblici, a 26 anni Ciro Formisano — addottoratosi all'Università di Napoli — insegnava storia e geografia nel ginnasio inferiore di Alvito, nei pressi di Caserta. Di frequente egli si recava di là a salutare i suoi genitori e fu appunto in una di queste gite che gli fu proposto di conoscere, a scopo di matrimonio, la figlia maggiore della famiglia Petriccione. Il primo incontro decise però altrimenti e la sua scelta ricadde, invece, sulla figlia minore Anna, che poi chiese in moglie. Il matrimonio fu celebrato a Portici il 15 agosto 1887 e i due sposi s'installarono colà in una casetta di proprietà della madre di Formisano addossata alla chiesa parrocchiale del paese. Un locale della casa stessa era da tempo occupato da un vecchio solitario, tenuto in gran conto dai Formisano e considerato quasi come persona di famiglia; la signora Gaetana, infatti, spirito intuitivo e di ingegno naturale, avendo avuto agio di apprezzare gli alti sentimenti e la vasta dottrina del vecchio, pur non condividendone le idee che assai si discostavano dalla sua concezione religiosa, lo accudì sempre amorevolmente. Così sin dall'infanzia e poi nell'adolescenza, Ciro Formisano ebbe continui contatti col detto romito, noto al secolo sotto il nome di Pasquale de Servis, ed agli ermetisti con quello di Izar. Da lui il Formisano trasse i primi insegnamenti in magia; di lui parla in tutti i suoi scritti con grande venerazione ed è da ritenersi sia stato il suo Maestro iniziatore. (Si presume altresì che sia l'Izar l'Anonimo Napoletano, autore delle lunazioni delle quali il Kremmerz ha sempre negato la paternità, rispondendo secco a coloro che ad ogni costo volevano attribuirgliela). Dopo il matrimonio il Formisano, nemico di costrizioni ed insofferente di ceppi, lasciò l'insegnamento e mise su a Portici uno stabilimento di fotoincisione. La nuova attività ebbe un esordio soddisfacente e il lavoro cominciò ad affluire; ma il Formisano non aveva competenza tecnica nel ramo e dové perciò affidarsi ad altri che ne trassero profitto per proprio conto, mentre l'azienda — non sorvegliata come dovevasi — fini per languire e successivamente divenne passiva. Da ciò i primi dissapori coi suoi parenti e la chiusura dello stabilimento, mentre il di lui suocero si assunse il carico delle passività e tacitò i creditori. Fallito il primo tentativo il Formisano si diede al giornalismo. Fu corrispondente del Giornale di Sicilia e l'amicizia di Paolo Scarfoglio gli aprì le porte del Mattino ove, assunto in qualità di redattore, sarebbe certo rimasto a lungo se la vivacità del suo temperamento non lo avesse tradito, in quanto che un giorno, venuto a diverbio con un suo collega, lanciò sulla testa di costui, un calamaio che per poco non lo colse in pieno.

L'episodio chiuse la sua carriera giornalistica, ma le difficoltà economiche e poi le ristrettezze non tardarono ad affacciarsi. Deciso a venirne fuori, egli allora si rivolse allo zio Argano per chiedergli di venirgli in aiuto ma n'ebbe un deciso rifiuto che si tradusse in una rottura nei loro rapporti. Che fare? Le risorse della famiglia erano modestissime: l'alloggio gratuito e la piccola rendita del caseggiato di Portici, al quali si aggiungeva la modestissima dote portata dalla signora Anna, non erano certo sufficienti a risolvere la disperata situazione e intaccare il capitale significava passare, dopo breve tempo, dalle ristrettezze all'indigenza. S'imponeva, quindi,.una soluzione adeguata e sollecita e fu allora che il Formisano, dopo infruttuosi altri tentativi, decise di espatriare per tentare altrove fortuna. Così, lasciando a Portici la moglie incinta e la figlia Gaetana di appena cinque mesi (era venuta al mondo nel luglio 1888), nel dicembre di tale anno, senza un programma e senza appoggi, s'imbarcò per Montevideo. La sua assenza durò ben cinque anni nel corso dei quali i suoi furono in grande preoccupazione, giacché le notizie giungevano rade e scarse, anzi una volta mancarono addirittura per sei mesi, con grande costernazione dei familiari che paventavano qualche disgrazia. Vi è ora da domandarsi: fu il Formisano in America o si recò altrove? La moglie, è vero, era andata ad accompagnarlo all'imbarco — come fu poi a rilevarlo al di lui ritorno — ma ciò non ci appaga. Non una traccia, non un ricordo della sua permanenza in quella terra lontana, in tutti i suoi scritti. Dal fatto che in essi non se ne fa neppure un cenno e che nella sua biblioteca di volumi in lingua portoghese e spagnola, vi è una sparutissima rappresentanza, sorge forte il dubbio che egli non conoscesse neppure la lingua di quel paese che pure, a suo dire, lo aveva ospitato per cinque ani. Solo dalla figliuola si apprende che per lo meno lo spagnolo era fami-liare al di lei padre, avendolo sentito parlare in tale lingua più volte al Casinò di Montecarlo con signori dell'Argentina. Quel poco che si sa della sua permanenza in America ha sapore di leggenda e, comunque, proviene da fonte sospetta: quella degli interessati alla creazione del Budda. Ecco quanto ne dicono: al suo arrivo pareva come se lo attendessero, poiché il giorno dopo trovò da occuparsi presso un fotografo. Poi, senza precisazione di data e di tempo, ce lo fanno insegnante di matematica in una borgata nei pressi di Montevideo. I cinque mesi durante i quali non aveva dato notizie di sé? È che aveva seguito una spedizione scientifica capitanata da un Principe, della quale facevano parte vari scienziati, nelle foreste del Mato Grosso. Poi ci informano che, addottoratosi in Omiopatia, aprì studio in un paese dell'Argentina, con un consultorio gratuito largamente accorsato. Poi, al dire dei soliti bene informati, ecco che il Formisano si dà alla politica: nel Paraguay pare che, amico del Presidente di quella Repubblica (anni 1890-1892) abbia parteggiato per la fazione che era al potere, ma questa — sopraffatta dall'avverso partito trionfante — fu perseguitata e sterminata e il Formisano venne anch'egli condannato a morte. Riuscì a stento a sottrarsi alle ricerche, nascondendosi sotto il cumulo di carboni di una tender di locomotiva, di dove — con grande edificazione del fuochista — venne fuori appena si accorse di aver oltrepassato il confine. A tal punto vi è da domandarsi com'egli — in così breve tempo — abbia potuto acquisire tanto bene la lingua del paese da permettersi di insegnare e scrivere su quotidiani, inoltre un sommario esame della storia delle varie repubblichette americane lascerebbe escludere che, all'epoca in cui il Formiano trovavasi colà, si fossero verificati moti rivoluzionari e rovesci di governi. E come avrebbe egli fatto a nascondersi sotto uno spesso cumulo di carboni di un tender e sapere che proprio quella locomotiva avrebbe subito dovuto porsi in moto e ad accorgersi, infine, di aver oltrepassato il confine? E da quando in qua le locomotive di un paese varcano le frontiere?

Viene pure affermato che in America il Formisano ebbe a sostenere vari duelli e, a conferma di tale assetto, la figliuola ci parla di una discreta cicatrice ch'egli aveva al fianco destro, causata da un colpo di sciabola. Infine il Formisano avrebbe fatto parecchie ascensioni in pallone come osservatore, ed anzi una volta rischiò di rimetterci la pelle per un colpo di fucile che lo mancò per poco. Dopo le disavventure di cui sopra, egli credé più prudente di tornare alla sua professione di medico omiopatico e nuovamente si installò nei pressi di Montevideo. Sintomatico il fatto che proprio in detta città, dove cinque anni innanzi egli sarebbe sbarcato, nell'aprile del 1893 lo raggiunse una lettera dei suoi che gli comunicavano la notizia della morte dello zio Argano e, nell'informarlo che una quota dell'eredità era tornata alla di lui madre quale sorella del defunto, lo invitavano a tornare in Patria. Per conto nostro, suffragati da elementi probanti emersi dalla consultazione di alcune carte del Formisano, avanziamo il sospetto che egli, anziché a Montevideo, sia sbarcato a Marsiglia e che i cinque anni li abbia trascorsi in Francia, ove è probabile abbia preso contatto con Scuole Iniziatiche e abbia trovato modo di spiegare qualche attività, servendosi poi di qualche amico residente a Montevideo per dare notizie ai suoi e per riceverne. Nel corso dei cinque anni della sua voluta permanenza in America, il Formisano non aveva messo da parte alcun risparmio, né poté mai spedire somma alcuna alla famiglia che pur sapeva in disagiate condizioni. Nulla, quindi, poteva indurlo a protrarre tale permanenza, per cui, al ricevere la lettera dei suoi, egli decise di far ritorno in Italia, ed, imbarcatosi, giunse a Napoli nel marzo 1893. Intanto a Portici nell'agosto 1889, sette mesi dopo la sua partenza, era venuta al mondo la figlia Adele e a circa un anno dal suo rientro, il 22 marzo 1894, la sua casa venne allietata dalla nascita del figlio Michele. L'alloggio di Portici non poteva più contenere la nidiata; la decisione di lasciarlo sorse però dopo la morte del De Servis, avvenuta improvvisamente verso la fine del 1894; la signora Formisano lo trovò un giorno freddo cadavere nel suo letto, al momento in cui si affacciò — come soleva ogni mattina — per domandargli se desiderava qualche cosa. Fu, quindi, preso in fitto a Napoli, nei pressi della stazione ferroviaria, un ampio appartamento che il Formisano arredò con molto buon gusto, installandovisi coi suoi verso il 1895. La lussuosa casa di Napoli fu, poi, lasciata per altra più modesta al Vomero, in via S. Francesco — Palazzo Griselli —, in seguito ad un tracollo subito, per cui il Formisano dové vendere gran parte della sua mobilia e rinunziare agli agi e alla servitù di cui si era circondato. Ma le rendite, benché non tocche, non erano sufficienti a coprire le necessità della accresciuta famiglia; occorreva, quindi, trovar modo di incrementarle con altre entrate. E fu così che, presi accordi con la Casa Editrice Detken e Rocholl, sita tuttora in Napoli in Piazza Plebiscito, il Formisano sotto lo pseudonimo di Giuliano Kremmerz, iniziò la pub-blicazione a dispense del Mondo Secreto (anno 1897), che attrasse intorno a sé un largo stuolo di spiritualisti e suscitò consensi e polemiche. Le dispense erano preparate, di volta in volta, nello studio della Casa Editrice, annesso alla libreria. Il Formisano si assunse, nel contempo, l'incarico del disbrigo della corrispondenza dei detti Editori e questi lo compensavano in ragione di L. 5 giornaliere. Una modestissima risorsa, quindi, anche per quei tempi che, congiunta al resto, gli permise di fronteggiare alla meglio la situazione, in attesa di tempi migliori che non tardarono ad affacciarsi. Infatti un nuovo colpo di fortuna portò il Formisano a lasciare la casetta del Vomero per occuparne altra a Napoli, sempre nei paraggi della stazione ferroviaria, consistente in un appartamento signorile assai vasto che questa volta arredò ancor più sfarzosamente; circondandosi di cameriere e cuoca e permettendosi anche il lusso di carrozza e cavalli. Troviamo, intanto, fra le sue carte alcuni fogli così intestati:

"Cura KREMMERZ - specialità Chino-Americane per le malattie tenute per incurabili - guarigioni delle malattie del sangue, del latte e delle mucose - esclusività di rimedi indiani per la nevrosi, le nevralgie, la nevrastenia, ecc...". Ecco, al di fuori della leggenda, un documento prezioso che ci illumina sull'attività pro-fessionale spiegata a Napoli dal Maestro, attività che probabilmente deve avergli procurato, attraverso la clientela, i mezzi per serbare immutato il suo tenore di vita. Il Formisano aveva una speciale predilezione per la città partenopea e perciò resta inspiegabile il motivo del suo trasferimento altrove, effettuato nel 1907, in epoca in cui il Mondo Secreto si era già affermato e a Napoli era già fiorente la prima accademia della Fratellanza di Myriam che contava numerosi discepoli ed un largo stuolo di entusiasti ammiratori. Interviene anche qui la leggenda e ci dice che il Maestro, prima dell'espatrio, aveva avuto frequenti rapporti con l'avvocato Giustiniano Lebano, uomo di formidabile ingegno e di vastissima cultura, erudito in filologia ed in ermeneutica e tenuto in conto di Maestro in Magia. Il Lebano si era ritirato a vita privata, rinunziando alle sue attività professionali e al suo passato di patriota e di uomo politico rifugiandosi in una sua villa solitaria a Torre Annunziata, per dedicarsi ai suoi studi. Colà il Formisano si recava assai spesso a fargli visita ed il Lebano, che aveva intravisto in lui qualità di eccezione per un discepolo ideale, tentò di aggiogarlo al suo carro; ma data l'indole dell'altro, insofferente di ogni dipendenza e amante di libertà, non vi riuscì e di ciò molto se ne dolse. Divenne poi un fiero avversario del Formisano quando lo seppe ammogliato ed appreso ch'egli aveva fondato una Scuola Ermetica che perseguiva finalità assai discoste dalle sue, e si vuole che da allora gli abbia attraversato ogni realizzazione. Quando il Formisano n'ebbe la certezza, decise di allontanarsi da Napoli e difatti dapprima si trasferì a Ventimiglia, ove rimase dal 1907 al 1909, poi a Camogli, ove nel luglio 1911 la sua primogenita passò a nozze, ed infine, nel 1912, a Beausoleil, ove la morte lo colse nel maggio 1930. A Napoli il Maestro, a quanto abbiamo appreso, aveva più di qualche rifugio segreto: studioli arredati alla buona, ove riceveva le sue pupille e la corrispondenza, sottraendosi agli occhi di Argo della consorte. La leggenda interferisce anche qui, in quanto ci riporta che uno di tali studi era situato nei paraggi dell'antico palazzo postale, a due passi dall'Intendenza di Finanza. Il Maestro, alle sedici di ogni sabato puntualmente, vi si rifugiava e ciò per aver modo di fare una "sortita in corpo astrale", all'atto in cui si estraevano i numeri per trarre dall'urna e mettere nelle mani del bimbo bendato i bossoli che lo interessavano. Non vi è infatti Maestro di Magia a cui non sia stato attribuito l'esercizio dell'arte divinatoria. Tutti, secondo il grosso pubblico, han predetto talora il futuro e han dato ai loro beniamini i numeri al lotto. Qual meraviglia, dunque, se diremo che il Formisano fu anch'egli assillato, assediato da postulanti di simil fatta? Al riguardo si racconta che il suo portinaio non gli dava respiro per ottenere una quaterna. Il Maestro, seccato, pensò di dargli una lezione ed un giorno lo pregò di recarsi nel suo studio, onde risparmiargli le scale, per prendere le lenti ch'egli aveva dimenticato sul tavolo. Il portinaio obbedì ma, appena entrato, da una mano invisibile si ebbe uno schiaffo sonorissimo, avvertì come se un dito gli si insinuasse nella gola e poi con una pedata fu messo fuori dalla porta. Scese le scale a precipizio più morto che vivo ed il Kremmerz, che lo aspettava, dové lavorare parecchio per farlo riavere dallo spavento. Il lunedì il Maestro tornò da lui per domandargli se avesse giocato e, saputo che non lo aveva fatto, finse di dolersene molto, dimostrandogli che i numeri corrispondenti allo schiaffo e al resto erano regolarmente stati estratti alla ruota di Napoli.

Ma quanto vi è di vero in tutto ciò? Così la sua permanenza a Ventimiglia e poi a Beausoleil ha dato agio a credere ch'egli avesse prescelto quelle sedi per essere a due passi dal Casinò di Montecarlo e per attingere alla roulette quanto gli era necessario per una agiata esistenza. A quarant'anni, come si rileva da una fotografia dell'epoca, il Formisano era ancora un bell'uomo: lepido, mordace, sempre scherzoso e faceto, era dotato di un potere magnetico di eccezione, per cui le donne si sentivano naturalmente attratte; tuttavia, per quanto molte ebbe occasione di avvicinarne, niuno è mai riuscito a provare ch'egli abbia avuto con esse rapporti di intimità. Speciale predilezione aveva per la sua figliola maggiore, dalla quale apprendiamo che quand'era bambina il padre si faceva ripetere assai spesso un brano di memoria da lei appreso a scuola: “Non si fa che perdere a questo mondo: si perde la bellezza, la forza, gli anni, il coraggio, la gloria, e per colmo di sventura, si pende anche la vita. I grandi uomini si perdono in bagatelle”. Fosse il contenuto della prosa o la grazia della bambina, certo è che il Maestro, a sentirla recitare, rideva, rideva di cuore. Né mancava talora in famiglia di intonare, con la sua bella voce canora, O Sole Mio, la sua canzone favorita. Lavorava spesso le intere notti; talvolta di inverno, mentr'era a dormire, si levava d'un subito e si metteva al suo tavolo, sommariamente vestito, per non levarsi che a giorno fatto, ghiaccio ed assonnato. Scriveva articoli per riviste, evadeva la corrispondenza che gli giungeva copiosa da ogni parte del mondo e di buon'ora si recava al mercato. Tutti nel paese lo conoscevano e lo amavano e per quanti ne incontrava lungo la via aveva una parola buona ed un motto faceto. Aiutò quanti bussarono alla sua porta e per consigli e per aiuti. Santippe, la sua Santippe fu il tormento della sua vita, gelosa come una tigre, non permetteva al marito un'ora di libertà. Semplice, quasi illetterata, questa donna doveva essere dotata di un magnetismo potente se si pensa ch'ebbe la forza di far convergere su di lei, anziché sulla sorella candidata, la scelta del Formisano all'atto del loro primo incontro. Sorta da famiglia religiosissima (la sua nonna era stata in convento lunghi anni) pur lusingata dal coro dei consensi e dell'ammirazione di cui il marito era circondato, non ne condivideva le idee e considerava, anzi, irrimediabilmente perduta la sua anima, al segno che, dopo la di lui morte fece celebrare parecchie messe in suo suffragio. Il carattere vivace della signora non consentiva alla servitù di resistere a lungo e, quando le cameriere lasciavano il servizio, erano scenate violente col marito al quale invariabilmente era attribuita la colpa dell'allontanamento. E si deve ad uno di questi episodi se, negli ultimi anni di sua vita, il Maestro si ebbe un braccio fratturato. Si disse allora che, per salvare una bambina in imminente pericolo di essere travolta da un'auto, egli si fosse lanciato avanti sì che una ruota gli aveva spezzato l'arto. Viceversa, le cose erano andate così: dopo un vivace diverbio con la signora, un'ennesima cameriera si era allontanata per non far più. ritorno e poiché in casa un aiuto si manifestava assolutamente necessario, il Maestro riprese la moglie per la sua avventatezza. Ne nacque un'incresciosa discussione e la signora pretese che a tutti i costi egli trovasse un'altra cameriera in sostituzione della partita. Il Formisano, seccato e disgustato, prese cappello e bastone ed uscì di casa, ma nello scendere le scale inciampò e cadde, fratturandosi la clavicola che non volle, peraltro, farsi ingessare. Anche in Francia il Maestro aveva vari studi disseminati fra Beausoleil, Cannes e Nizza. La figliuola, che il padre ogni tanto conduceva seco per dissipare i sospetti della gelosa consorte, ci dice che trattavasi di stanze prese in fitto ed arredate molto sommariamente: una scrivania, qualche sedia e degli scaffali di libri. Come a Napoli, in tali rifugi riceveva le pupille e qualche amico ed evadeva la corrispondenza. Molti, fra discepoli ed ammiratori, si recavano a trovarlo dall'Italia e da altrove: per lo più si incontrava con essi al Casinò, dove il Maestro tanto malvolentieri, era costretto a recarsi ogni sera per accompagnare la moglie e il figliuolo che lasciava nella sala da gioco, appartandosi in qualcuno dei tanti saloni ove, circondato da amici e conoscenti, s'intratteneva lungamente a discorrere. Perduto poi, l'ultimo soldo, i suoi lo raggiungevano, ma egli raramente si affacciava alla bisca, giacché — diceva — sapeva bene se e quando era il caso di farlo. Persona degna di fede ed assai stimata dal Maestro, c'informa che una sera erano in parecchi con lui in una sala del Casinò poco discosti dal tavolo del "trente et quarante". Una delle signore mostrò il desiderio di puntare e pregò il Maestro di venirle in aiuto; al che il Kremmerz, celiando, le segnalò più volte quel che doveva sortire, ma all'ultimo momento, per modo che la signora, per quanto prontamente si lanciasse, tutte le volte non fece mai in tempo a piazzare il suo denaro che già il gioco era fatto e i numeri indicatile erano venuti fuori, con suo grande disappunto. Sta di fatto che tutti coloro i quali partivano dall'Italia per andare a trovarlo, facevano con lui una puntatina a Montecarlo e non vi fu mai chi non riuscì a ricuperare, attraverso il gioco, per lo meno le spese incontrate per viaggio e pel soggiorno. Sin da quando era a Ventimiglia il Maestro era uso recarsi ogni tanto a Bari e a Napoli, per trattenersi qualche tempo. Altrettanto continuò a fare allorché si trasferì a Beausoleil, ma, sia perché sospetto di antifascismo giacché la Scuola Ermetica venne considerata come un'emanazione dell'Alta Massoneria, sia per la frattura del braccio, dovette rinunziare ai suoi viaggi annuali. La minorazione lo costrinse, anzi, a servirsi di altra mano per il disbrigo della corrispondenza e delle altre pratiche inerenti alla scuola. Tale incarico venne assunto da un giovane segretario, il parigino Jean Brennière, studioso in scienze ermetiche ed assai affezionato al Maestro. Nella buona stagione, si recavano a trovarlo — per turno — le figliuole, i generi e qualcuno dei nipoti. Evidentemente la premonizione della sua morte doveva essere legata alla conoscenza del nipote Giuliano che il Maestro, con un pretesto o con l'altro, raccomandava di non far ancora viaggiare e che la nonna voleva per forza vedere. E così sulla fine del 1929 i genitori, credendo di far piacere ai nonni, in occasione di una loro breve gita, condussero con essi anche il detto figliolo. Nel vederlo il Maestro si turbò, e più ancora quando essi ripartirono; anzi, alla stazione, all'atto del commiato, egli, molto commosso, non seppe trattenere le lagrime; al che una signora amica ebbe a dirgli: “Maestro, anche voi?!” Ed il Kremmerz replicò: “Signora, voi non vedete quel che vedo io!”. Non certo la morte — da lui tanto spesso invocata come una liberazione — poteva impressionare un uomo siffatto; ma la situazione di famiglia e il figlio sopratutto, irrimediabilmente tarato ed incapace al lavoro, dovevano costituire per lui motivo di grande preoccupazione (come si rileva dal contenuto di una lettera del 31 luglio 1917 diretta alla figlia, di cui appresso riportiamo uno stralcio) ed altre ragioni ancora che sfuggono alla nostra indagine. Trascorse qualche mese. Si era presso alla Pasqua del 1930 quando il giovane Brennière sognò una notte una bara e ne riferì al Maestro e questi allora gli domandò se avesse potuto notare chi vi fosse contenuto; e poiché il segretario dichiarò di non essere riuscito ad accertarlo, egli aggiunse: “riavrete lo stesso sogno: sappiate vedere”. Dopo alcuni giorni, infatti, il Brennière risognò la bara e vide che conteneva il corpo del Maestro. Intanto, dietro sollecitazioni della madre, la figlia maggiore e il di lei marito, nell'aprile del 1930, partirono alla volta di Beausoleil per passarvi la Pasqua. La stagione primaverile era un incanto e i due coniugi, cedendo alle preghiere del Maestro, si decisero di prolungare la loro permanenza, ma sui primi di maggio il Kremmerz cominciò a sentirsi male: accusava un malessere per tutto il corpo, non digeriva ed aveva la testa pesante. Tuttavia non seppe denegarsi ai suoi familiari che la sera del 6, nella speranza di distrarlo, lo indussero ad accompagnarli al Casinò per assistere ai balletti russi. Egli dové passare una notte agitatissima, perché la mattina del 7 era molto abbattuto e non rispondeva quasi più. Gesticolava con le mani, quasi volesse indicare qualcosa ai suoi congiunti, che però non riuscirono ad intenderlo. Il medico, chiamato d'urgenza, diagnosticò una emorragia cerebrale e consigliò le mignatte che furono subito applicate, ma senza alcun risultato. Verso le 11 si aggravò. Alle 16 dello stesso giorno rese l'ultimo respiro.

Nella convinzione di far opera utile e gradita, si riportano qui di seguito i brani più salienti di alcune lettere [ved. “Kremmerz: lettere alla figlia – parte prima e seconda”, su questo stesso sito] scritte dal Maestro alla figliuola maggiore e al di lei marito ch'egli amava teneramente; lettere traboccanti di affetto e ricche di preziosi insegnamenti, dal contenuto delle quali appare sotto la sua vera luce e ci rivela un lato insospettabile della sua vita, fatto purtroppo di tormenti, di amarezze e di sacrificio.

Arduino Anglisani - 72 Mercurio

(*) Nel 2010 è stata ristampata dalle Ed. Rebis con il titolo "Ermetismo Kremmerziano" la rara opera dell'Anglisani “L'Ermetismo e la Morale secondo la tradizione esoterica”, apparsa originariamente nel 1947. Sullo stesso Autore vedasi l'articolo “Un maestro della Fratellanza e Schola di Miriam e dell'Ordine Egizio”, su Elixir n. 9, 2010, e l'opera “L'Ordine Egizio e la Fratellanza di Miriam di Giuliano Kremmerz”, Rebis, 2008, entrambi di U. Cisaria.

(**) Questo è il punto, o il pretesto, sul quale in particolare si sono accaniti indiscriminatamente alcuni rappresentanti in malafede di fazioni postkremmerziane con pretese (infondate) di continuità. Dobbiamo tuttavia soffermarci ulteriormente su questo nodo importante e aggiungere che il principale obiettivo "occulto" dei tentativi di "insabbiamento" e di "denigrazione" delle biografie storiche del Kremmerz (e ovviamente dei rispettivi Autori), da parte dei suddetti personaggi di ieri e di oggi, è sempre stata la scomoda realtà che da esse affiora limpida e inconfutabile, e cioè che il Kremmerz alla sua morte non lasciò alcuna eredità iniziatica, né la minima indicazione in merito a eventuali successori, procuratori, o incaricati pro tempore, segreterie ecc. E chi afferma il contrario ignora o preferisce eludere la realtà dei fatti, o mente sapendo di mentire. Pertanto appare altrettanto chiaro che qualsiasi successivo tentativo di riesumazione della sua Scuola, pure se operato in relativa buonafede (e in qualche raro caso indubbiamente ammirevole per onestà di impegno), è da ritenersi illegittimo e arbitrario e, nel migliore dei casi, di mera "ispirazione" kremmerziana. Non a caso la biografia più colpita dagli strati dei vertici di tali fazioni è proprio quella del Verniero, dalla quale risulta più che evidente. — come confermato a suo tempo dal prof. V. Verginelli e da altri testimoni degli eventi, figlia compresa — che dopo la morte del maestro, peraltro sopraggiunta non inaspettatamente (segni e presagi espliciti si erano manifestati già da tempo al Kremmerz, il quale era certamente cosciente dell'imminente conclusione del proprio passaggio terreno), non fu trovato alcun documento, né istruzioni di sorta (né scritte né orali) e neppure un accenno a una qualsiasi volontà di continuità della Fratellanza da lui fondata. Quale può essere il motivo di tale silenzio — forse più eloquente di qualunque testamento scritto — da parte del Kremmerz? Non certo la pallida e traballante ipotesi azzardata da alcuni, secondo la quale, in base alla Pragmatica Fondamentale, il Kremmerz, nella sua qualifica di "Delegato Generale", non poteva nominare alcun delegato. A parte il fatto che la Pragmatica non è mai stata rispettata alla lettera nemmeno quando il Kremmerz era in vita, il paragrafo 48 della suddetta recita: Il Delegato Generale (...) può, autorizzato, farsi sostituire temporaneamente o delegare a sua volta un rappresentante diretto per una regione o stato. E così prosegue: In caso di morte, dal circolo dei maestri sarà eletta una terna su cui cadrà la scelta del Collegio Operante. Quindi, anche stando alla "regola", se il Kremmerz avesse voluto e fosse stato "autorizzato", avrebbe tranquillamente potuto "delegare a sua volta un rappresentante diretto", quantomeno per l'Italia, o nominare, in ogni modo, un "sostituto temporaneo". Di conseguenza, non ha voluto o, se vogliamo essere più generosi, forse non è stato autorizzato, anche se dovremmo chiederci a questo punto da chi. Ma perché non dichiararlo, o se non altro confidarlo a qualche stretto collaboratore?... Più difficile la seconda ipotesi prospettata dalla Pragmatica, mancando i necessari maestri sui quali far cadere la scelta di un inesistente Collegio Operante. Ma lasciando da parte l'incerto valore di regole aleatorie, per il Kremmerz sarebbe stato più che sufficiente e, potremmo aggiungere, doveroso, lasciare (o, al limite, inviare) a qualche discepolo fidato, o allo stesso devoto segretario Brennière, una lettera, un biglietto, un messaggio qualunque, nel quale avrebbe potuto benissimo spiegare le ragioni di questa mancata "successione", adducendo a sostegno proprio questa o una qualsiasi altra giustificazione. Nessuno avrebbe avuto niente da obiettare. Ma così non è stato. E questo, se non si vuole mettere in dubbio il senso di responsabilità del Kremmerz, costituisce un'ulteriore conferma indiretta dell'inconsistenza di ogni richiamo a una Pragmatica se non formalmente abrogata, in pratica ormai ininfluente. Inoltre, come già scritto, il Kremmerz poteva certamente, e comunque, nominare se non un rappresentante ufficiale, almeno un "procuratore" o "fiduciario", al quale affidare compiti sia pure limitati ma ben definiti, oltre a carte e materiale della Schola, allo scopo di garantirne in qualche modo la continuità e la sopravvivenza, in attesa del "contatto" obbligato con quei fantomatici "dodici vecchi maestri" dell'altrettanto fantomatico Collegio Operante, in ossequio al paragrafo 45. Ma la risposta più semplice a questo apparente enigma irrisolto, l'ennesimo nella vita dell'ametista di Portici, è probabilmente la più realistica e umana: il Kremmerz, per troppi motivi, in parte ormai noti, non voleva, né poteva, fare in modo che la propria “creatura'', la Myriam, avesse un seguito, anche se, da buon "padre", non ebbe il coraggio di porre una parola definitiva su di essa, formalizzandone la "fine". Adottò invece una soluzione di ripiego quasi indolore, tradottasi in una sorta di eutanasia, ben consapevole del fatto che senza la propria autorevole e insostituibile presenza e senza autorizzazioni o indicazioni specifiche, nessun altro avrebbe potuto raccoglierne il testimone e gravarsi della diretta, drammatica responsabilità di una qualunque forma di continuità priva del benché minimo legittimo «mandato". E probabilmente non voleva che la Scuola proseguisse senza di lui, unico punto di riferimento gerarchico effettivo e riconosciuto e unico garante di una reale conoscenza iniziatica (tutti i discepoli di Kremmerz “iscritti" al cosiddetto Ordine Egizio erano soltanto degli "indiretti posti alle sue dipendenze"), perché di fronte al bilancio conclusivo di un'esperienza ormai pluritrentennale, il suo giudizio appariva manifestamente critico, come testimoniano ampiamente i suoi scritti pubblici e soprattutto privati, nei quali esprime a chiare lettere delusione e amarezza. Giudizio evidentemente aggravato dal peso insostenibile di scabrosi episodi verificatisi negli ultimi anni della sua vita, relativi, tra l'altro, a una squallida truffa "nummaria" ordita ai danni del barone Ricciardelli, nella quale furono direttamente coinvolti alcuni dei suoi discepoli "più progrediti" e, seppure indirettamente, lo stesso Kremmerz. Ma anche "tecnicamente" le difficoltà erano soverchianti, perché al di là di regole dal valore molto relativo, se non puramente simbolico, di una Pragmatica che ormai da anni non aveva più senso (ricordiamo che il K. nel 1929, un anno prima della morte, così scriveva a un discepolo romano: Vi ho già detto che il mio ideale pratico sarebbe stato e dovrebbe essere l'insegnamento orale senza posa e senza cattedra (...) Anzi, vi accennai che realmente la cosa [la Scuola], come in origine, avrebbe dovuto svolgersi senza messa in scena, senza circoli e senza accademie), il Kremmerz ben sapeva che dietro e dopo di lui non esisteva — o non esisteva più — alcun "Ordine Egizio", e, parlando in termini nitidi e seri, nessun autentico esponente del medesimo si sarebbe mai potuto presentare, come infatti, se si escludono i frutti periodici di risibile e interessata fantasia, si è poi verificato. Quindi, alla fine, la sua “scelta", o "non scelta", comunque adeguatamente ponderata, fu una sola: il silenzio. Un "silentium" decisamente significativo e sinonimo palese di una precisa volontà che, a mio avviso, e soprattutto alla luce di quanto accaduto nei decenni successivi e oggi più che mai, di fronte al vergognoso "esempio" di chi ne usurpa il nome e l'insegnamento, avrebbe dovuto essere soltanto rispettato. 

(Tratto dall’opera “Il Sole Arcano” di Pier Luca Pierini R., Ed. Rebis, II ediz. 2012, con il permesso dell’Editore)