Giuliano Kremmerz

La Tradizione Hermetica

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Conversazione 3

TEORIA

Riassumo brevemente quello che ho detto: l'uomo è un essere che ha la facoltà di perfezionarsi. Egli può evolversi: per fare ciò, deve modificare la sua volontà. Di conseguenza deve eseguire delle pratiche personali che hanno la facoltà di cambiarla. Per conseguire tale determinazione, egli entra a far parte di una scuola, di un circolo. Che cosa è un circolo? È una riunione di più persone che si prefiggono uno scopo, una mèta. Gli scopi che si può proporre un circolo sono tanti: si può occupare di politica, di scienza, di arte, di filantropia. Il Circolo Vergiliano ha per scopo, oltre che lo sviluppo della propria collettività, anche l'aiuto della umanità sofferente, cioè l'esercizio di terapia, vale a dire il tentare, se non di guarire, per lo meno di alleviare le soffétenze dell'umanità. Perciò il nostro è circolo che va terra terra, che non si innalza fino al cielo: in altre parole non è un circolo spiritualista, ma materialista, positivista. 

Chi ne fa parte deve avere di mira l'amore, il bene, la castità e la purità: l'amore per i suoi compagni di fede ed il bene per l'umanità. Però altro è l'iniziazione, cioè il perfezionamento individuale, altra la pratica del Circolo. Il Circolo non si occupa della evoluzione dei singoli individui che lo compongono: a questo devono pensare da loro essi stessi; ma si occupa dell'azione, dell'opera del complesso dei suoi componenti. Ora bisogna chiarire le cose: noi aiutiamo i malati, ma non facciamo della medicina; noi non ci mettiamo a fare i medici,. ma operiamo in altro modo, per mezzo della forza psichica. In certi casi coadiuviamo anche l'opera del sanitario. Mi spiego. Noi non possiamo dare medicine, perché non ci dobbiamo sostituire ai medici; soltanto in alcuni casi possiamo dare dei rimedi semplici, come per es., un pizzico di sale, una mollica di pane, i quali sono il veicolo della forza guaritiva. Dunque la nostra opera non è invadente, ma semplicemente coa-diuvante quella dei medici ufficiali, specialmente se si tratta di medici appartenenti alla nostra Scuola. Questi, trovandosi in presenza di un ammalato, possono direttamente mettersi in comunicazione con lui per propinargli la forza guaritiva. Noi dunque aiutiamo l'umanità sofferente, per mezzo della nostra forza psichica che doniamo a chi ricorre a noi. Guardate che noi NON DOBBIAMO ESIBIRCI DI GUARIRE, NE' DOBBIAMO ANDARE ALLA RICERCA DEI MALATI. SONO I MALATI CHE DEVONO RIVOLGERSI A NOI. Quindi noi non facciamo opera contraria alle leggi. Il Circolo si compone di tanti individui, di tante pile psichiche che si sacrificano per l'umanità. Per allenarsi a tale mansione non basta frequentare il Circolo e prendere parte alle sue riunioni. Il Circolo ha uno scopo di amore, di bene: di amore verso tutti i suoi componenti, e di bene verso l'umanità. Per non allontanarsi da tale mèta, per far progredire la forza della catena, cioè dell'azione di tutti i suoi componenti, occorre assolutamente che i singoli soci COMPIANO IMMANCABILMENTE I RITI INDIVIDUALI. Bisogna che tutti si mantengano in catena eseguendo sia il rito giornaliero, sia il lunare. Chi non si sente in grado di fare questo sacrificio, lo dica subito senza riguardi, come io ho parlato francamente fin qui, lo dica subito e si allontani dal circolo. Qui bisogna che tutti, come un sol uomo, si sacrifichino e compiano giornalmente i riti, malgrado qualsiasi difficoltà. Per rito ordinario bisogna scegliere una delle ore rituali e, scelta un'ora, bisogna conservarla e non variarla ogni giorno. L'esecuzione continua delle pratiche aumenta la forza della catena che può dare risultati meravigliosi. Noi aiutiamo i sofferenti, unicamente per mezzo della forza psichica. La scienza che noi coltiviamo è la MAGIA, L'ERMETISMO: io non trovo altra parola moderna da sostituire a queste che sono antichissime, perché altre espressioni che si potrebbero usare non sono rispondenti all'idea. La Magia è quella scienza che mette l'uomo in contatto delle forze della Natura o — come si dice — che mette in comunicazione con l'occulto, con l'invisibile. Il discepolo, dalle otto del mattino alle dieci di sera, fa continui esercizi di magia. Egli quando si è alzato e sta per uscire di casa, guarda il cielo e — senza consultare il barometro — si dice: «oggi prenderò o non prenderò l'ombrello?», e fra sé e sé decide sul da fare. Questo è un esercizio di intuizione, di comunicazione con l'invisibile. Egli fa questi esercizi tutti i momenti della giornata per tutte le piccole cose della vita, e finisce per acquistare un senso che manca agli altri uomini e che lo guida infallibilmente in tutte le sue cose, indicandogli la VERITÀ. La Magia è una scienza antichissima, ma scienza sacerdotale. Per praticarla bisogna che l'uomo si metta in simpatia, in amorosa relazione con tutti gli esseri della natura. Esercitando la Magia, si riesce perfino a intuire i mali altrui ed a divinare se un malato vivrà o morrà. Noi veniamo in contatto dei malati inviando loro la nostra forza psichica, satura di pensieri di bene, forza che essi — che si trovano in stato passivo, ossia di ricettività — si appropriano, e in tal modo guariscono, perché la nostra forza attiva ristabilisce in loro l'equilibrio spostato, perduto. La cosa è molto semplice, come vedete, e non ha bisogno di medicine. Passiamo ora alla parte pratica, e vi farò vedere che non si tratta di esperimenti difficili. Sono cose facili ma che, volendo, si possono spingere fino ai più difficili esperimenti magnetici ed ipnotici, cioè fino alla trance, alla suggestione, alla contrazione, alla catalessi, all'estasi. Ma ciò non entra nelle pratiche nostre e non ha relazione coi fini che noi ci proponiamo, i quali — come si è detto — si limitano a pratiche per riuscire a curare e, possibilmente, a guarire sofferenti e malati.

PRATICA

Esperimento l — Verte sulla forza dell'individuo e su quella della catena.

a) — la forza dell'individuo: Si tratta di provare la forza muscolare, fisica. Uno dei soci è fatto mettere in piedi nel mezzo della sala, col braccio teso orizzontalmente. Egli lo deve tenere in tal modo fin quando non ne può più; ed ecco che il socio, dopo 7 minuti di prova, si dichiara stanco. Tale esperimento, dopo un congruo riposo, va ripetuto per constatare se il detto socio è capace di resistere più o meno alla stanchezza.

b) la forza della catena: Tutti sono invitati a porsi in catena attorno a un tavolo. Per regola, andrebbero disposti alternativamente un uomo ed una donna: .gli assistenti stando seduti si tengono per mano, senza poggiare né mani né gomiti sul tavolo. In mezzo, presso il tavolo, è fatto mettere un socio con la sinistra afferrata alla stretta di mano di due assistenti e col braccio destro teso orizzontalmente come nella precedente prova. Egli, questa volta, deve stare completamente passivo. Tutti gli astanti devono pensare che egli, questa volta, resisterà undici minuti a tenere il braccio teso, e devono aiutarlo in tale esperimento con la loro forza. Il dirigente invita il detto socio a preavvisare quando, sentendosi stanco, sta per lasciar cadere giù il braccio destro. Ed ecco che egli avvisa che si sente il braccio pesante e che avverte un dolore alla spalla, dopo 12'. Quindi è evidente che il socio, aiutato dalla forza della catena, ha resistito più dell'esercizio che fece da solo, superando il tempo precedente di 5 minuti. Si passa poi alla 2a parte dell'esperimento: tutti, stando in catena, si alzano in piedi, e il socio in esperimento si stacca dalla catena, mentre un altro socio, unito alla catena con la mano destra, fa con la sinistra dei passi sul braccio destro di quello che è fuori, dalla spalla all'attaccatura della mano. Il socio in esperimento dichiara subito di sentirsi il braccio meno appesantito. Il Dirigente invita quindi il socio operante in catena a pensare, senza dirlo, o che il braccio destro del socio fuori catena si irrigidisca, o che non senta più dolore. Invita poi tutti gli astanti ad aderire a tale pensiero, quale esso sia, ed il socio operante continua allora ininterrottamente i passi. Il dolore al braccio destro dell'altro, cessa; egli si sente meglio il braccio, ed è disposto a continuare la prova della distesa orizzontale; ma l'esperimento vien fatto cessare dopo 16' dal principio della seduta. Questa maggior resistenza del socio in esperimento, dimostra che egli ha beneficiato della forza sviluppatasi dalla catena.

Esperimento 2° — Questo esperimento serve a provare la comunicazione del pensiero, e si divide in due parti:

a) — La ricerca delle sensitive;

Il Dirigente chiama in mezzo della sala, ad una ad una, tre delle signore presenti. Ognuna di esse è posta ritta in piedi con le spalle rivolte al dirigente. Egli fa loro, a una a una, dei passi dal collo alla vita, con le mani aperte e le dita divaricate. Dopo pochi istanti, una di esse cade all'indietro ed è sorretta; l'altra cade in avanti ed è sorretta, la terza non si muove e viene rimandata al suo posto: ella non è adatta come soggetto.

b) — La comunicazione del pensiero. Il Dirigente sceglie la seconda delle dette signore per fare l'esperimento. Tutti si siedono, ed anche la sensibile che, però, è staccata dalla catena. La signora volta le spalle ai soci che le stanno dietro, ed anche al Dirigente; il quale premette che tutti gli astanti devono pensare ad una cosa e, per es., ad un pensiero allegro senza determinazione. Egli, al momento opportuno, indicherà che si deve cominciare a formare tale pensiero, e lo farà togliendosi dalla testa il cappello. Soggiunge, poi, che si dovrà pensare a una cosa mesta e che, quando si dovrà cominciare a pensare così, lo indicherà ponendosi il fazzoletto al naso come per soffiarlo. Conclude: «basterà che la signora emetta una lacrimuccia od atteggi la bocca ad un sorriso». Si danno tutti la mano e si inizia così l'esperimento. La corrente si manifesta alle mani dei presenti. Il Dirigente si toglie il cappello: tutti pensano che la signora sud-detta abbia un pensiero mesto. Dopo un certo tempo, il Dirigente domanda alla sensibile se prova nulla: ella risponde: un malessere al cuore. Il Dirigente si toglie di nuovo il cappello. Poco dopo, domanda alla signora... se prova un senso o un'idea speciale. La signora risponde che prova un senso non allegro. Ha qualche contrazione agli angoli della bocca. Indi il Dirigente finge di soffiarsi il naso. Tutti pensano che vada alla sensibile un'idea allegra. Il Dirigente domanda alla sensibile che cosa prova ed ella risponde: «sempre un senso di mestizia». Il Dirigente porta di nuovo un fazzoletto al naso. Allora dopo pochi minuti la signora dà in una risata. L'esperimento è riuscito completamente.

Esperimento 3° — Trasmissioni di immagini. Quando si è un poco allenati alla catena, si può — trovandosi per es. in strada, isolati — pensare ad un oggetto e figurarselo nella mente. Così, per es., io mi posso figurare come è fatto un orologio, una moneta, una ciotoletta, un bicchiere... Moltissimi uomini pensano un oggetto, ma non sanno rappresentarselo mentalmente. Invece, con l’allenamento all'esercizio della catena, l'oggetto pensato si raffigura. Questo è un esercizio degli artisti che Io fanno correntemente. Ottenendo dalla maggior parte di voi la conquista di tale proprietà, potete pensare ad un esperimento del genere con la sensibile. Potete, cioè trasmetterle un'immagine pensata da tutti.

Esperimento 4° — Come fate per l'oggetto, voi potete rappresentarvi alla mente la parola pensata, cioè la parola mentale, non la parola pronunziata, parlata. Voi potete pensare, per es., come si scriva la parola R O M A, pensando lettera per lettera, vale a dire come si scrive la R, poi come si scrive l'O e così di seguito. Se allora, pensando tutti come si scrive ROMA state in catena, la sensibile vedrà, lettera per lettera la parola, e la dirà.

Esperimento 5° — Cura a distanza. Dopo l'esperimento su menzionato, se ne può fare uno terapeutico. Quando vi riunite, mettete un biglietto col nome e cognome di un malato non presente, in una cassettina con fenditura. Allora formate la catena, e se il Preside che è già pratico di tale esperimento, o qualche dottore in sua vece, prende il fluido della catena — come egli sa fare — lo può proiettare al malato raccomandato e lo può guarire, o per lo meno ne può alleviare i dolori.

Esperimento 6° — La Caraffa di Cagliostro. L'esperimento si fa così. Si pone su di un tavolo dinanzi ai sensibile una bottiglia, con acqua sino alla metà. Poi tutti gli astanti, tenendosi in catena, guardano il liquido pensando ad un oggetto combinato in precedenza di comune accordo, ma all'insaputa del sensibile. Quando il sensibile, guardando pure lui la bottiglia, vedrà tale oggetto, lo nominerà. Lo stesso esperimento si può fare con uno specchio.

Esperimento 7° — La Chiaroveggenza. Con tale mezzo si può riuscire a conoscere anche quale malattia abbia un infermo.

Esperimento 8° — La Preveggenza. Con lo stesso metodo si può anche conoscere se un infermo vivrà o morrà.