La Fenicia si stendeva lungo le coste della Siria, a settentrione del promontorio del Carmelo, sulla fascia costiera, fra l'Antilibano e il mare, e fu abitata da remotissimi tempi, come è provato da avanzi arcaici ivi rinvenuti. I Fenici ebbero e conservarono, nonostante l'influenza egizia e greca, una propria fisionomia culturale ed etnica, che risale a tempi lontanissimi, ricostruita da una serie di documenti scritti su tavolette d'argilla, appartenenti ai secoli XIV e XIII a. C. Esse contengono testi di cultura di carattere amministrativo é religioso, di cui alcuni ancora inediti, incisi con scrittura alfabetica, simile al sillabario cuneiforme sumero-accadico. La loro religione, che conosciamo da un rifacimento greco di Filone di Biblo, conservato in numerosi frammenti, consisteva in una cosmogonia che attribuiva all'unione del CAOS con lo SPIRITO la nascita di un uovo (Mót), dalla cui scissione ebbero origine il cielo e la terra.
Leggiamo ne L’écho de Paris (n. 5070, 13 aprile 1898):
I Neter e le sette forze direttrici della Vita
Julianus aveva, ormai da lunghi anni, abbandonato il tempio di Marte Ultore, a Roma. Si era congedato dal suo anziano mentore, dal momento che, essendo ancora vigoroso nel corpo e nella mente, aveva deciso di servire il Nume Gradivo, lasciandosi alle spalle l’afflato di un mundus, fatto di pilastri di marmo e di verba misteriosi. Il Dio si nutriva delle energie psichiche dei propri sacerdoti che, con la forza delle loro invocazioni veicolavano l’azione divina pro salute Urbis. In lunghi anni di esercizio, Julianus aveva conquistato tutte le chiavi cerimoniali che aprivano i Cieli Arcani. Tuttavia, egli aveva compreso che il Dio amava gli esseri erranti e che la parola separata dall’azione concreta, poco o nulla poteva contro le forze delle Tenebre.
Giuseppe Antonio Pernety (nato a Roannes nel 1716, morto a Valenza nel Delfinato nel 1801), benedettino della Congregazione di S. Maura e Cappellano alla corte di Federico il Grande, è stato uno dei più documentati e più chiari commentatori della filosofia ermetica. Egli scrisse «Les fables egyptiennes et grecques devoilées» (Ed. Bruche T. Parigi, 1758, 2 Voll., in 12°) ed un «Dictionnaire myto-hermetique» Parigi,1787) che fa testo. Le Fables furono in parte tradotte da Giacomo Catinella a Bari e pubblicate da Laterza e Polo nel 1935. Lo scritto che qui si pubblica, è la prefazione alle Favole; di altissimo interesse e di grande chiarezza, mostra che tra i maestri dell'arte erano anche e non pochi i sacerdoti di (ahimè!) nostra Santa Madre Romana Chiesa, che conoscevano la musica più lunga della litania.