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LA MAGIA SUPREMA DI DAVID

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OTTAVA EDIZIONE

Con le Virtù segrete dei 150 Salmi di David e le Cifre rappresentanti i Caratteri delle Intelligenze Angeliche per ottenere tutto ciò che si desidera nel Bene dagli Spiriti Celesti

Tesoro di Rari Segreti di Scienza Occulta comunicati in sogno al Re David dall’Angelo Mitatron, rascritto dalle Tavole d’Oro del Tempio di Ur dal Gran Mago Araon e tradotto da un manoscritto latino datato 1492,
per la prima volta messo a stampa.

 

Euro 28,00

 

 

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NESSUN DOGMA… (Riflessioni sull’Iniziazione) - di Pier Luca Pierini R.

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Nei numeri precedenti di Elixir, come in alcuni scritti del presente, crediamo di aver esposto il più chiaramente possibile il nostro concetto e la nostra posizione a proposito dell’iniziazione. Ritorniamo in breve sull’argomento (che riprenderemo più ampiamente in futuro), per tentare di rendere ulteriormente comprensibili alcuni punti che consideriamo essenziali e, soprattutto, per proporre una risposta alle numerose lettere ed e-mail pervenuteci su questo tema delicato e importante.
Iniziare vuol dire Cominciare. Initium, principio. Nessuno dà la fine”, scrive il Kremmerz nella bellissima quanto malinconica e disincantata introduzione del 1917 alla ristampa del suo ”Avviamento alla scienza dei magi”. Potremmo aggiungere che aldilà di quanto ordinariamente si scrive e si è portati a pensare, ovvero che “l’iniziazione è di tutti” e che bene o male una “via” è a disposizione di ogni interessato dotato di un minimo di motivazione, in realtà dovrebbe risultare ben chiaro che “non è per tutti”, per il semplice motivo che, come già efficacemente osservato e ribadito in altri nostri scritti, se è vero che a chiunque è teoricamente consentito imparare a utilizzare matite e pennelli o strumenti musicali per diletto, è altrettanto innegabile che se non si è dotati di talento e vocazione innati – nonché tanta applicazione e disciplina - non si diverrà mai autentici pittori o musicisti, né tantomeno artisti, anche se si disponesse dei colori di Leonardo o di un violino firmato Stradivari. Come è del tutto inutile in magia o alchimia possedere documenti originali o fotocopie di mirabolanti manoscritti supersegreti di ipermaestri di 8° dan, se la materia non si anima. Da non dimenticare inoltre che il percorso iniziatico corrisponde, se svolto seriamente, a un impegno di vita che non può essere disgiunto o distinto dalla realtà umana, come alcuni credono o sperano, se non a costo di rocamboleschi compromessi o di un ragguardevole livello di autentica consapevolezza. Nel senso che quella dell’iniziato non può essere considerata una maschera o una divisa da adattare alle circostanze o da indossare quando utile e/o necessario a seconda delle contingenze. “Iniziati si nasce, e lo si è anche quando si fa uè-uè!”, amava esclamare sorridendo un nostro vecchio amico occultista…E forse almeno in parte aveva ragione. La relativa facilità con la quale a volte si tende inoltre a giustificare una serie di comportamenti eufemisticamente o esplicitamente ascrivibili all’aggettivo “umani”, di certi “maestri”, o presunti tali, operando una netta separazione tra l’uomo e l’iniziato, può risultare alquanto rischiosa e consentire e giustificare forme di dicotomia probabilmente comprensibili, ma assolutamente inaccettabili in ermetismo. Specialmente per coloro che, senza alcuna prescrizione medica, si propongono o impongono a guida e modello di una struttura con fini iniziatici. In effetti si potrebbe obiettare che anche all’iniziato in fondo sono permessi concepibili e umanissimi sbandamenti, errori o varianti sul tema. Certamente: a nessuno è richiesta l’”aureola” di santo, ma nemmeno un’”aura” impestata di riprovevoli “umani difetti”. E se vogliamo proseguire con i luoghi comuni, diciamo pure che se “sbagliare è umano”…dovremmo poi aggiungere il consequenziale “ma perseverare è diabolico”, con relative aggravanti nel caso di chi sbaglia sapendo di sbagliare. E comunque, di fronte allo specchio dei propri limiti, o di oggettive lacune e anomalie, un minimo di onestà e di autoanalisi imporrebbero accuratamente di evitare – almeno questo! – di assumersi l’onere morale e la enorme responsabilità del ruolo di “guida”, o peggio ancora di “maestro”, nei confronti di anime speranzose che in buona fede si fidano e affidano a chi dovrebbe garantire loro un porto sicuro per crescere, evolvere e apprendere.

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DALLA PARTE DEGLI ANIMALI - IL COLORE DEL CIELO di Pier Luca Pierini R.

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Era bello il colore del cielo, stamani. L’aria limpidissima dopo il temporale di questa notte mi aveva permesso di vedere più nitidamente un mondo meraviglioso che mi passava davanti velocemente, come quegli attimi della mia vita, sbirciando tra le fessure di un furgone scassato che mi portava via. Chissà dove.

Vedevo scorrere casolari, automobili, gente a piedi e in bicicletta, bambini, cani, qualche gatto qua e là, e tanti alberi, prati, campagne colorate di erba, di fiori, e poi luci, cartelli, suoni e rumori che non avevo mai sentito. Ogni tanto ci fermavamo e riuscivo così a sentire le chiacchiere serene di due o tre persone che si incontravano e sorridevano salutandosi a voce alta. Qualcuno teneva i figli per mano o in braccio, riprendendoli o rimproverandoli se scalpitavano troppo annoiati.

A tratti riuscivo a cogliere il volo dei colombi e di qualche rondine, o passerotto, non saprei dire, ma sentivo dentro di me quello sbattere d’ali confuso e tagliente che mi riportava di colpo a osservare quel cielo che avevo sopra di me.  Grande, celeste, lontano. Quanto ti amo amico che riesci a volare.
Sentivo una quieta tristezza assalirmi a momenti, e non riuscivo a capire perché. Pensavo a stamani: tutto diverso dal solito, così improvviso, così complicato. E quelle corde, quei calci, perché? Ci avevano ammucchiato tutti, quei tipi rudi e nervosi, bestemmiando e sbraitando, su questo furgone vecchio e stretto, pigiandoci a forza all’interno. E poi chiusi di colpo, nel buio, con un rumore terribile di ferri che sbattono. Eravamo tutti impauriti, ma poi, appena fuori, ero riuscito a scovare tra le tavole quella fessura, più stretta di un filo d’erba, ma così grande da farmi vedere ancora il cielo e il resto del mondo che non avevo mai visto. Com’era bello il mondo. Non volevo pensare a quelle voci intimorite, sussurrate da alcuni di noi che sembrava sapessero qualcosa di più. D’accordo, gli uomini non ci trattano molto bene, certe volte sono un po’ duri con noi, ma in fondo non sono cattivi. Spesso sono distratti, ci considerano estranei o lontani da loro, dalla vita che fanno ogni giorno. Ma figurati se potrebbero farci del male. No, non ci credo. In fondo anche loro hanno una mamma, come noi, che li porta alla luce, li allatta, li cura e li ama. E crescono, e vivono, hanno figli e si vogliono bene. Come noi. E come noi conoscono l’amore e i sentimenti, la sofferenza, il dolore, e la morte, la perdita dei loro cari. Come noi. No, non possono farci del male. Ma poi, cosa gli abbiamo fatto?... No, no, anzi, noi ci affezioniamo tanto a loro… Come quel guardiano burbero e ombroso che ci porta sempre quel solito fieno stantio, che ogni tanto ha un sapore diverso, ma sempre buono. E tutti i giorni. Come potrebbero farci del male se in fondo ci allevano, ci curano, ci nutrono e ci puliscono! In fondo… In fondo.

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INCONSCIO, ASTRALE E ARCHETIPO IN UNA VISUALE ERMETICA di Fernando Maddalena

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Sul concetto di una mente inconscia

Per la cultura ‘ufficiale’, che oggi potremmo anche definire ‘mediatica’ e ‘di massa’ (con buona pace dell’antico ideale marxista di una più equa distribuzione del potere tra le diverse classi sociali..!) si è soliti parlare della scoperta dell’inconscio come di qualcosa di relativamente recente nella storia dell’uomo.
Esso, l’inconscio appunto, appare come il frutto tardivo di teorie ed ipotesi ‘scientifiche’ che, a partire dall’impulso epistemologico e sistematizzatore proprio dell’Illuminismo e poi attraverso i rivolgimenti introspettivi del Romanticismo e della Filosofia della Natura, si coagulano sul finire dell’800 in un corpus unitario di nozioni e concetti ad opera di alcuni padri fondatori della scienza psicologica accademica (due nomi per tutti, che non hanno bisogno di ulteriori presentazioni: Sigmund Freud e Carl Gustav Jung); concetti che andranno a costituire le fondamenta delle odierne discipline psicologiche ‘ufficiali’.
Si pensi così al quadro assai composito e variegato di esperienze di ricerca e di studio fiorite nei due secoli precedenti, unite dal comune interesse per la dimensione oscura della mente e per i suoi sconosciuti poteri, di volta in volta caratterizzate da accenti filosofici, medico-terapeutici, trascendenti-spiritualistici: dalle prime esperienze del mesmerismo e del cosiddetto ‘magnetismo animale’ del XVIII secolo, alle formulazioni teoriche degli autori romantici che centrano il focus  sull’individuo e quindi sul rapporto tra coscienza e subconscio (da Goethe e Schelling a Bachofen, a Carus, Troxler, quindi a Schopenauer e su fino al superomismo di Nietzsche);  ai primi studi sul sonnambulismo (Puysegur), sui sogni (Von Schubert), ai movimenti spiritistici, che si diffusero sia in Europa che in America alla metà del XIX secolo ed alla nascita della parapsicologia; alla suggestione e all’ipnotismo della scuola francese di medicina (Charcot, Liebeault), che prepareranno il terreno all’avvento della psicoanalisi freudiana e della  psicologia analitica junghiana.
S. Freud inizia così la scrittura dei suoi famosi casi clinici e lo studio sistematico della propria attività onirica; struttura in seguito una teoria ed una tecnica di cura per i disturbi psichici di natura nevrotica, seguito da una schiera di discepoli tra cui spicca C.G. Jung. Quest’ultimo si caratterizzerà per l’originalità ed il potere di sintesi del suo pensiero, che gli consentiranno di edificare un sistema teorico che riprende la concezione dell’evoluzione psichica e spirituale dell’uomo tramandata dalle dottrine gnostiche, seguendo quindi lo sviluppo del pensiero esoterico e comparando inoltre tali ricerche con uno studio transculturale.

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LA RELIGIONE STELLARE EGIZIA di Qui Artem Discit

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LA RELIGIONE STELLARE EGIZIA

NELLA RELIGIONE STELLARE DEGLI EGIZIANI
GEOCENTRISMO E ANTROPOCENTRISMO

di Qui Artem Discit

Che il rapporto tra gli egiziani e la volta celeste abbia avuto, come per altri popoli, carattere mitico-sacrale è noto, oltre che ovvio; scopo del presente contributo, quindi, non è quello di offrire al lettore una ulteriore prova di ciò, quanto, piuttosto, quello di proporre alcuni esempi che vadano oltre quelli forse più noti di Orione e Sothis, tentando di recuperare una chiave di lettura che possa ancor oggi essere utilizzata iniziaticamente. Anticipando la conclusione, possiamo dire che in realtà la terra dei Faraoni non conobbe l’astrologia che molto tardi rispetto a ciò che, invece, potremmo chiamare Astro-Mito-Loghia, cioè un discorso mitico espresso attraverso l’osservazione degli astri, teso alla divinazione1 dell’intero Egitto2; si riscoprirà in tal senso una visione che, piuttosto che presupporre una quiddità specifica nelle stelle, inserisce queste ultime in una prospettiva geocentrica in cui acquistano l’importante funzione di grande “orologio” cosmico e liturgico.
Senza dilungarmi ulteriormente in queste considerazioni generali, vorrei immediatamente proporre l’analisi di un rito estremamente interessante ai nostri fini e la cui antichità ci è attestata da iscrizioni risalenti alla IV dinastia. Faccio riferimento a quel complesso di cerimonie che si svolgevano in occasione della fondazione di un nuovo tempio e probabilmente delle stesse piramidi. Il rito durava alcuni giorni e prevedeva ben dieci fasi di lavoro rituale ad ognuna delle quali, almeno teoricamente, doveva partecipare il faraone, unica autorità in grado di stabilire efficacemente e legittimamente, in quanto divinità incarnata, quel collegamento tra cielo e terra necessario affinché il rituale potesse avere buon esito. La cerimonia, dunque, si apriva con la partenza del faraone e del suo seguito verso il luogo in cui sarebbe dovuto sorgere il nuovo edificio. Lì, un sacerdote, vestito con la maschera della divinità a cui il Tempio sarebbe stato dedicato, accoglieva il suo sovrano dando così avvio alle pratiche liturgiche. Il momento più importante della cerimonia era la fase del “pedj shes” cioè del tiro della corda. Si trattava del momento più delicato del rituale di fondazione dell’edificio e consisteva di due parti distinte svolte durante la notte ed il giorno seguente. Nella notte stessa dell’inizio della cerimonia, il faraone tendeva una corda insieme ad una sacerdotessa incarnante per l’occasione la dea Seshat e attraverso uno strumento chiamato “merkhat”, utilizzato come mira, fissava l’asse nord-sud prendendo come punto di riferimento l’Orsa Maggiore. Si legge in una iscrizione del tempio di Edfu: Io tengo il piolo. Afferro il manico del bastone e prendo la misura con Seshat. Io rivolgo i miei occhi ai movimenti delle stelle. Io volgo il mio sguardo verso l’Orsa Maggiore. Io fisso i quattro angoli del tuo Tempio3.

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